Come cani

Pierre Lepori

A quel luglio ’95 non voleva pensare, ma il volto di Alex lo guardava, gli girava intorno come un temporale. Come poteva un viso tanto amato trasformarsi in un ricordo tumefatto, inglorioso, crudele. E tutti quei morti, tutto quel sangue, l’impotenza e l’orrore.

Perché Thomas ha rimosso una parte del suo passato?
Un’infanzia solitaria nel ventre di Napoli, un padre altero e geniale, una «mamma pazza». E poi la giovinezza, spesa all’ombra dei grandi conflitti di fine Novecento, come fotografo di guerra. Tra Berlino, Barcellona e Milano, dove è diventato un artista di successo, ha costruito un tessuto di instabili affetti che non sembra più preservarlo. Quando si trova al capezzale della sorella, in una valle sperduta delle Prealpi svizzere, la vita sembra farsi sempre più assurda e minacciosa. Eppure l’incontro con un ragazzo strambo, soprannominato Mork, con un medico di campagna e con una giovane insegnante di disegno sembra aprirgli l’orizzonte di un’alleanza.
Ma è davvero possibile sfuggire al peso degli anni?

(dal risvolto di copertina)

Critique

par Sara Lonati

Publié le 26/10/2015

Nell’estate in cui le immagini dai Balcani tornano alla ribalta delle cronache con profughi provenienti da guerre più lontane ma inevitabilmente vicine nel mondo globalizzato, esce presso l’editore-fotografo Giovanni Giovannetti Come cani (Milano, Effigie, 2015, pp. 104), il terzo romanzo di Pierre Lepori. Come per i precedenti romanzi Sessualità e Grisù, lo scrittore, ticinese d’origine, losannese d’adozione, si auto-traduce, pubblicando contemporaneamente Comme un chien (Losanna, Editions d’en bas, 2015, pp. 103).

Parlare di una ordinaria traduzione letteraria, per il poliedrico Lepori, è del tutto limitativo. Per l’autore-traduttore si tratta dell’ennesima occasione di riflessione sulla parola e sull’insieme testuale della sua opera, da un’altra prospettiva linguistica. In tal senso, alla luce dei mutamenti e degli spostamenti sulla pagina, è più consono parlare di un intenso lavoro di riscrittura. Il discorso è applicabile alla paratestualità e all’intera materialità dell’oggetto libro, cui Lepori, da bravo artigiano assistito da editori non casuali, dedica particolare attenzione.

Il romanzo si comincia infatti a leggere dalla copertina, parte integrante del testo. Dopo il cinema in Grisù e il teatro in Sessualità, la fotografia è questa volta la porta di accesso alla riflessione sul corpo, leitmotiv di Lepori. Duane Michals, fotografo contemporaneo americano, rende perfettamente visiva la ricerca tattile e cognitiva portata avanti da anni da Lepori. Per entrambi, l’arte fotografica si dimostra il punto privilegiato di contatto tra il corpo e la sua morte. Ai «cadavres vivants» teorizzati da Roland Barthes (La chambre claire, Parigi, Gallimard-Seuil, 1980) e dal drammaturgo Jean-Luc Lagarce (Journal, 16 maggio 1993, citato in apertura della seconda parte del romanzo, p. 71) si dedicano Michals e Lepori. Il primo nella sequenza The Spirit Leaves the Body, scelta per la copertina, il secondo definendo il personaggio di Thomas De Martino, fotografo di successo, protagonista del libro. Gli scatti di Michals con l’anima che lascia il corpo, come a dirigersi verso ipotetici lettori, non sono solo una musa paratestuale della prosa di Lepori, ma forse pure avantestuale.

Nell’opera di Michals v’è infatti un corpo nudo disteso su un’asse di legno con un numero sull’alluce, a fianco si trovano queste note: «In Sarajevo there’s a mountain of meat, made of dead people unfit to eat. […] For all who cower in this grim shade, dread descends when daylight fades» (M. Livingstone, The essential Duane Michals, Londra, Thames and Hudson Ltd, 1997, p. 147). Le parole di Michals riecheggiano sulla pagina di Lepori nella testa di Thomas, il cui subconscio è pullulante di questi «cadavres vivants» documentati nella strage di Srebrenica, assieme ad Alex, suicida incapace di reggere il peso di quei corpi, di quelle immagini.

A quel luglio ’95 non voleva pensare, ma il volto di Alex lo guardava, gli girava intorno come un temporale. Come poteva un viso tanto amato trasformarsi in un ricordo tumefatto, inglorioso, crudele. E tutti quei morti, tutto quel sangue, l’impotenza e l’orrore. (p. 91)

Attraverso il ricordo-ossessione di Alex, ispirato alla figura dell’altoatesino Alexander Langer, pacifista nei Balcani, per la prima volta la scrittura dell’autore si àncora alla dimensione storica.
Come in una metamorfosi kafkiana, Thomas, descritto costantemente per negazioni, diventa egli stesso un cadavere vivente in preda ai fantasmi del passato inefficacemente rimossi. In tale condizione è chiamato nel mezzo delle ovattate e chiuse valli svizzere ad accompagnare gli ultimi giorni della sorella gravemente malata. Con lei, con il giovane Mork e con gli altri personaggi del piccolo villaggio che man mano emergono dalla nebbia, Lepori non tralascia i topoi prediletti delle sue prose e poesie: i legami familiari e i fragili equilibri della psiche, smantellando il concetto di normalità. Questi temi sono per la prima volta trattati con il distacco e il controllo di una narrazione in terza persona, più consona alla riflessione centrifuga del romanzo insito nella storia, un poco meno a trivellare l’io senza sosta, così come lo scrittore ci aveva ben abituato.

La ricerca di equilibrio e di controllo delle molteplici piste prevale in questa nuova opera di Lepori, che esce dal seminato e si mette in gioco nel discorso storico, immerso in un crescendo noir. L’ambientazione, tra montagne cupe e umide, iconograficamente ricorda il primo lungometraggio di Andrea Molaioli («La ragazza del lago», 2007), già ispirato da Lynch e Dürrenmatt.

Thomas si scoprì a fissare a lungo quegli orizzonti di piombo, sperando di veder apparire quel che nel bosco sentiva ormai come un’evidenza, un’esistenza misteriosa e parallela. Erano schiocchi gutturali, brusii precipitosi, rami che cedevano alla fatica dei mesi cupi, ma lui sentiva che quel luogo aveva una sua vita segreta, respirava e si ritraeva; sempre più spesso gli sembrava che i sentieri cambiassero impercettibilmente direzione, che le pietre lo aspettassero per rotolargli sotto gli scarponi. Quando indugiava sul sentiero al crepuscolo, percepiva la foresta come una sovrimpressione di elementi disparati, ognuno dotato di vita propria, un organismo suadente che lo attirava a sé, nella nausea metallica. (p. 78)

I sentieri nel bosco si perdono e si confondono, così come nel testo le piste avantestuali e le fonti storiche ed iconografiche. Avantesto e paratesto sono inglobati nel discorso, costruendo il piano metanarrativo del saggio fotografico di Thomas all’interno del romanzo. Le immagini del commiato di De Martino ci accompagnano dalla citazione di apertura (p. 5) sino alla fine, lasciandoci il significato ultimo della sua (non) esistenza:

La ragione per cui un’istantanea prende il posto di un’altra (tra le molte possibili) e diventa unica non è chiara. La fotografia non è il mondo […], è sempre il risultato di una scelta.

 

Pierre Lepori è membro del comitato del Service de Presse Suisse, di cui viceversaletteratura.ch è uno degli organi.