Nuovi giorni di polvere

Yari Bernasconi

Un verso di Fortini dà il titolo a una sezione della raccolta di uno dei più coinvolgenti poeti delle ultime generazioni, il ticinese Yari Bernasconi: Non è vero che saremo perdonati. [...] Bernasconi affronta il presente con l’urgenza e il disagio di chi cerca la strada meno ingiusta, nel confronto con chi soffre e lotta e con chi si adatta o finge di farlo, con i morti, con una natura preservata o aggredita, con un bene ambiguo e un male che non riguarda solo gli altri, con un pensiero che deve mettersi alla prova, tra lusinghe, minacce, sfide, dandoci versi che sentiamo infine nostri e necessari.

(Goffredo Fofi, dalla quarta di copertina)

Critique

par Fabio Pusterla

Publié le 16/11/2015

La raccolta poetica di Yari Bernasconi si apre e si chiude in modo speculare, su un paesaggio di rovine e di abbandono. Il primo verso, che inaugura il libro ma schiude anche il recitativo della Lettera da Dejevo, suona infatti come un condensato di motivi destinati ad essere svolti lungo tutta l’opera: «Dici che abbandonando i caseggiati / avevano rotto tutto, i russi»; mentre la clausola del conclusivo Un commiato, che fa risuonare l’ultima nota di questi Nuovi giorni di polvere, mette in campo un’altra forma di abbandono, memoriale e esistenziale, con cui l’io si congeda: «Perdona se non tornerò in quello spazio /perenne».

E a ben guardare il dialogo a distanza tra incipit e explicit è dominato dalla duplice figura del tu, subito chiamato in causa all’inizio, e dell’io, cui spetta invece l’ultima parola e l’ultima scelta.  Proprio in questa dinamica mi pare si possa cogliere un tratto significativo e notevole dell’opera: perché tanto il tu quanto l’io  di questo libro raccolgono in sé l’eredità di una lunga tradizione poetica, eppure la modificano radicalmente. Intanto, la figura dominante, in buona parte del volume, è proprio quella del tu, rispetto alla quale l’io tende a ridursi a mero ricettore, orecchio che ascolta o occhio che guarda, ora sgomento ora come impossibilitato a condividere fino in fondo, a rivivere fino in fondo, l’orrida eppure viva realtà che il tu gli rivela (ed ecco un altro motivo ricorrente: l’inanità dell’io, la sua estraneità ai fatti). In questo senso, quel dici iniziale è gravido di conseguenze, se sposta la barra nel campo del tu, affidandogli la responsabilità dell’esplorazione: siamo agli antipodi rispetto alla dorsale della grande poesia novecentesca, che dal Taci dannunziano al Tu non ricordi la casa dei doganieri montaliano affidava all’io il compito di parlare, e di evocare un tu spesso assente o lontano. Qui, al contrario, l’io si ritrae, si rattrappisce, e si affida alle rivelazioni del tu, si lascia condurre dal tu lungo un viaggio quasi infernale attraverso gli orrori e i disastri che costellano la realtà, una realtà stratificata in cui la Storia ha lasciato le sue cicatrici immedicabili.

Dall’Estonia lacerata alla lunga striscia di morti sul lavoro del Gottardo, dalle emersioni di un avvenuto orrore quasi eugenetico in Svizzera alle falde infuocate del vulcano Merapi, alla peregrinazione infine sulle lande irlandesi o nei paesaggi italo-svizzeri: ovunque un tu cangiante e implacabile indica gli indizi della devastazione; ma una devastazione già data, già consumata e già vissuta, che l’io può certo registrare ma forse non fare propria fino in fondo; e anche in questa impossibilità e attonita estraneità risiede un’aggravante che motiva il titolo terribile della seconda sezione: Non è vero che saremo perdonati. Titolo fortiniano, come già osservava Uberto Motta nell’ottima introduzione all’Undicesimo quaderno italiano, rivelando la poesia di Bernasconi ai lettori italiani, che spazza via ogni troppo facile ipotesi consolatoria o salvifica. Non saremo perdonati, no: non solo per ciò che è stato fatto prima o al di fuori di noi, ma forse anche e soprattutto per la nostra disattenzione, per il nostro venire dopo, a cose fatte e a tortura avvenuta: «Se c’è qualcosa di vero è già sbiadito, già trascorso», dice il verso ultimo di Galway. E del resto, come è inevitabile, gli «elementi del disastro» giungono all’io di sbieco, mediati; proprio come la memoria di quei morti del San Gottardo già calcinati nel passato viene attivata dalla contemplazione delle sculture di Vincenzo Vela. Corre così, lungo tutto il libro, un senso di incredulità, e insieme la difficoltà di vivere pienamente l’oggi nella coscienza stranita di ciò che prima di oggi è esploso.  La vraie vie est ailleurs: dichiarazione rischiosa di Rimbaud, di cui forse si coglie qui a tratti l’ultima trasformazione, un’ultima tentazione.

Un giovane critico e poeta italiano, Gianluca D’Andrea, ha osservato recentemente, recensendo il volume, che in Yari Bernasconi giocherebbe anche un'altra modulazione della colpa, cioè il suo/nostro porsi, in quanto privilegiati abitanti di un paese rimasto ai margini degli orrori, come testimone non partecipe, apparentemente innocente e per questo forse tanto più colpevole. Non si può escludere che un simile elemento abbia qualche importanza nel mondo che il poeta sta mettendo in scena per i suoi lettori; ma si ha l’impressione che la variante temporale sia più significativa di quella geopolitica, e che lo stato d’animo prevalente nei Nuovi giorni di polvere sia lo straniato sentimento di fuoriuscita da un Novecento terribile  e pulsante, rispetto al quale i nuovi giorni ancora non sanno  assumere o proporre una dignità e una verità, e ci condannino ad un percorso di smarrimento e d’incertezza; senza assurdi rimpianti, ma anche senza reali prospettive.  «La condizione dell’inerme come postulato fondamentale» diceva Uberto Motta, con esattezza; e forse anche del disperso, si potrebbe aggiungere, se l’evidenza dell’estraneità si insinua anche nei luoghi più conosciuti, nelle situazioni più familiari: «Questo paese di campane e di lago, / così sofferente al silenzio di chi vive, / così schiacciato da questo monte flaccido / e lento: mi sembra di non averci mai vissuto, / ma di averlo attraversato distratto, poche volte, / come si fa con la nebbia o con la pioggia» (Trittico per un paesaggio).

Sul piano formale, tutto questo si traduce in una secca, nitida, tendenzialmente distaccata pronuncia delle cose: la parola esatta, la tessitura del verso e della strofa, tutto porta con sé, ancora una volta, la coscienza e la conoscenza della grande tradizione (e basterà fare il nome dall’autore più intensamente studiato e attraversato da Yari Bernasconi, ossia Giorgio Orelli, la cui perizia espressiva ha certo nutrito profondamente questa poesia, nell’attenzione minuziosa alla lettera e al necessario rapporto intimo tra suono e senso), ma piegandola impercettibilmente verso lo stridore, l’attrito; verso la polvere  del titolo, che si insinua caparbia, oltre che nei giorni, anche nelle maglie della scrittura. Il lettore ne potrà agevolmente seguire, tanto nelle immagini quanto negli effetti ritmici, la presenza costante, che in Una poesia per la galleria ferroviaria del San Gottardo diventa addirittura condizione esistenziale: «Manca la luce e ne soffriamo. Non tanto sotto, / in questo esofago di terra, ma sopra, all’aria, / quando si esce dal buco e il grigiore del cielo / si accascia sul profilo delle montagne, il sole / si rabbuia nel ricordo ostentato di qualcosa di più, / qualcosa di diverso. Una speranza, sì: la speranza / rifiutata, respinta giorno dopo giorno».  Insomma, in questo notevole libro d’esordio, che è subito stato notato e giustamente apprezzato dalla critica, si può forse anche scorgere il territorio, faticoso e non ancora esattamente definito, di una transizione, di un mutamento in atto; per il momento, tradizione e novità, modelli di riferimento e intuizione di altri modi di essere e di intendere la poesia, si parlano con cautela, guardinghi, incerti tra l’alleanza, che per ora prevale,  e il combattimento,  o per lo meno il distacco, che a tratti fa capolino; ma si sente già la presenza di una voce vera, originale, che in futuro dovrà e potrà ulteriormente affinarsi e svilupparsi per giungere alla sua pienezza espressiva.

 

Yari Bernasconi è membro del comitato del Service de Presse Suisse, di cui viceversaletteratura.ch è uno degli organi.

Revue de presse (sélection)

«Siamo di fronte a un poeta che sa come dialogare con i propri “immediati dintorni” e non solo, lasciando resti/vedute che offrono la possibilità di farsi capire per poco, per accenno e mai per prosastiche lungaggini. [...]. Bernasconi propone un “luogo” da attraversare per capire e il movimento donato è di chi sa come condurre» (Stefano Raimondi«La Regione», 16.05.2015).

«Bernasconi ci consegna il suo sguardo e la sua voce costringendo la pagina e i testi a farsi accoglienti, a trasformarsi via via in Lettera, Cartolina, Conversazione, frammenti di dialogo a più voci, in un esercizio di attenzione e di condivisione che forse rappresenta quanto di più autentico la poesia sappia ancora offrirci» (Massimo Gezzi, castellodivillaltapoesia.com, 11.06.2015).

«La tensione civile di queste poesie interroga tempo e paesaggio sedimentati a resto, mescola i luoghi e l’umano a formare un’unica voce, un frammento, un rumore che persiste anche quando essi si sono annientati l’uno nell’altro, l’uno dall’altro vengono disertati» (Francesca Matteoni, nazioneindiana.com, 06.08.2015).

«Im Mittelpunkt des Buchs steht dem Autor zufolge die Wirklichkeit: Es ist eine akribische, stellenweise erdrückende, trostlose Beschreibung dessen, woraus sich das Wirkliche zusammensetzt» (Andrea Bianchetti, «Literarischer Monat», Ausgabe 22, Oktober 2015).

«La precisione della lingua deriva dalla precisione dello sguardo. Il tocco dell'ignoto immerge le scene in un'atmosfera dai margini labili» (Damiano Sinfonico, «Poesia», n. 308, ottobre 2015).

«Qui della lirica c'è tutto: l'io, lo sguardo, i luoghi, le cose. Ma c'è, anche, una freddezza [...] che la salva, un assentarsi da sé stesso un secondo prima dell'esibizione, una passione per il catalogo aliena da coazioni sociali» (Fabio Donalisio, «Blow Up», n. 209, ottobre 2015).