Véronique ero io

Friederike Kretzen

È l'estate del 1982. Natascha, Véronique e Paul, tre amici appassionati di teatro, si incontrano ogni sera nella cucina di Natascha sotto i poster di Karl Marx e Virginia Woolf e discutono di cinema, di Godard e Wim Wenders, sognano Woodstock, Parigi e New York. Sentono che una stagione della loro vita volge al termine, intuiscono la fine della giovinezza ma non riescono a prenderne congedo. Trent'anni dopo, un'altra estate, Véronique decide di scrivere finalmente il libro progettato allora per raccontare di quella stagione magica e concludere così un'epoca che non poteva smettere di accadere sempre di nuovo, consegnandola definitivamente alla storia. Ma lo fa senza abbandonarsi alla nostalgia, con uno sguardo affettuosamente ironico sui tre amici di allora e sui loro tentativi di capire il mondo, consapevole della necessità di quei tentativi e del loro fallimento.

(dalla presentazione del libro)

Critique

par Matteo Ferrari

Publié le 07/07/2016

Estate 1982: tre giovani appassionati di teatro, Paul, Natascha e Véronique, condividono le proprie giornate, e con esse sogni e progetti. Il gruppo è saldo e, insieme alla passione per il palcoscenico e la recitazione, si trova a condividere un insolito addio alla gioventù. «Per il breve tempo dell’estate noi tre eravamo stati legati, era così, era successo» (p. 50). Poi, alla fine dell’estate, le loro strade si dividono. Fino al 2009, quando il quarantesimo anniversario del festival di Woodstock offre lo spunto per ripensare a quell’estate magica. Perché Woodstock? Perché proprio a due passi dalla celebre località americana si era concluso nel 1982, con una spedizione poetica e improvvisata, il viaggio dei tre. Ma andiamo con ordine. Protagonista principale e voce narrante è Véronique Heimweh, alter ego dell’autrice. Il cognome, Heimweh, è termine molto “svizzero” e molto “romantico”, e in italiano si potrebbe tradurre con ‘nostalgia’. Come quella che la protagonista prova, a oltre 25 anni di distanza, nel ripensare alle giornate spensierate di quell’estate «in cui tutto accadeva sempre di nuovo».

 

Che cos’è un’estate?, domandò Véronique.

Un’estate, rispose Paul, è qualcosa al centro.

Un’estate è al centro del tempo, disse Natascha, e non passa, resta. Resta al centro di qualcosa che assomiglia al tempo.

E che cosa sarebbe?, rise Paul.

Noi, disse Natascha. (p. 61)

 

Il libro è diviso in due. La prima parte si svolge a Colonia, in Germania, e racconta la vita quotidiana del gruppo di amici: ore e ore, che sommati fanno giorni e poi settimane, a discutere di teatro e a provare spettacoli. Le giornate si assomigliano e, nel loro ripetersi, disegnano l’utopia bella di tre giovani appassionati e sognatori. «Le nostre giornate passavano come in un film», ricorda Véronique. «Come se stessimo provando e rifacessimo tutto per l’ennesima volta. Vivevamo nella ripetizione delle nostre giornate, ed era così che la nostra storia andava avanti» (p. 106). La partenza del trio per New York segna la fine della prima parte. Nella seconda i tre giovani continuano a «covare» il loro teatro nella metropoli americana, insieme a due nuove figure: Max e l’«altro Paul», uno regista, l’altro cameraman. Il culmine del soggiorno avviene quando i cinque, a bordo di un’automobile, cercano di raggiungere il leggendario prato di Woodstock, teatro del più grande festival hippie di tutti i tempi. Una gita destinata però a fallire per un guasto al motore che lascia i cinque appiedati in una piccola località sul fiume Hudson di nome Poughkeepsie. Questa disavventura, che pure impedisce alla banda di portare a compimento il progetto iniziale, rappresenta in realtà la scintilla che farà nascere una nuova storia, questa volta d’amore, tra Natascha e l’«altro Paul». Véronique torna invece in Germania con Paul. Ma l’estate sta finendo, e con essa finisce l’avventura del trio e, forse, la gioventù. «E così anche noi ci dicemmo: Au revoir, Paul. Au revoir, Véronique. E ci separammo e non avevamo paura di morire» (p. 213).

Lo stile di Friederike Kretzen è onirico e scanzonato, ben reso nella traduzione italiana di Emanuela Cavallaro. Il libro riesce così, pur limitandosi a raccontare la quotidianità di un gruppo di giovani, a toccare temi universali. Il crearsi e il dissolversi del legame tra i tre fa dell’opera un romanzo di formazione sui generis. Una tranche de vie che parla di teatro, di passione e di amore, ma anche tra le righe della volontà (o meno) dei giovani di entrare nella vita adulta e della loro capacità (tutt’altro che scontata) di esorcizzare la paura della morte e le incognite del futuro.