Ognuno incatenato alla sua ora

Mariella Mehr

Mariella Mehr - coniugando Celan, Nelly Sachs e Artaud in una prospettiva di riscatto (Notizie dall'esilio), di laica redenzione (La costellazione del lupo) o di lucido delirio (San Colombano e attesa) - rimane strettamente legata, soprattutto nella produzione piú recente, al cortocircuito verbale, alla «Wortbildung» (la parola tedesca composta che diventa trampolino di lancio per l'invenzione) cui segue la concatenazione sghemba dei versi, sempre inaspettata, provocatoria, materica e mai astratta o fine a sé stessa. Mariella Mehr arreda il suo universo linguistico come fosse un parco selvatico. Cosí la sua ricerca poetica approda a volte a una magia crudele («Uno sguardo modesto | pieno di magia rumorosa, piú terribile di qualunque ira»), altre volte a un meticoloso esercizio speleologico tra le «caverne dove, | vivono gli uomini di ghiaccio», altre a un'esplosione che tutto scuote nei «crepacci del tempo», altre ancora in formule alchemiche rivolte alla carne e alle sue pause di gelo («nell'amore | togliamoci | esausti il gelo | dai capelli») il tutto avvolto e travolto da una notte che inghiotte, restituisce e sottrae: s'insinua ovunque.

(dalla prefazione di Anna Ruchat)

Critique

par Sara Lonati

Publié le 08/03/2015

Lo scorso autunno la produzione poetica di Mariella Mehr, raccolta e tradotta da Anna Ruchat, ha trovato posto nella cinquantenaria Collana bianca Einaudi. Con questa edizione bilingue (tedesco-italiano) la sua opera si legittima come classico della poesia internazionale, mentre a Berna le viene conferito il vitalizio del Weiterschreiben, ultimo di una lunga serie di riconoscimenti (dal Premio Schiller al Camaiore). Verrebbe quasi da dire che si tratti, in entrambi i casi, di ennesimi e doverosi risanamenti dei conti con il passato e con i luoghi della sua dura biografia, errante tra Svizzera e Italia. Ma i versi di Mariella Mehr non fanno parte delle nostre comuni coordinate spazio-temporali e «incatenare» l’autrice al suo profilo di jenische zurighese, vittima del progetto abominevole Kinder der Landstrasse, significa farle ancora un torto. I suoi versi irregolari, materia semanticamente densissima, innescano al contrario metamorfosi repentine, correnti ascensionali e discensionali atte a forzare con rabbia ogni catena.

Ognuno incatenato alla sua ora racchiude in 164 pagine una prima selezione della pluridecennale attività poetica di questa voce fuori dagli schemi. E lo fa per merito di Anna Ruchat, non la scrittrice pluripremiata (Schiller e Chiara), né la traduttrice e miglior critica di Mariella Mehr, bensì l’amica di sempre, la compagna entusiasta di altre avventure letterarie, che ha saputo traghettare parole-pietre e verità ostiche dal nord al sud delle Alpi. Non si tratta di una semplice edizione con testi a fronte e introduzione critica, che ben situa l’opera all’interno della produzione dell’autrice tra prosa, poesia e i rimandi a Celan, Artaud e Nelly Sachs. Si tratta invece di un dialogo tra due voci, mai interrotto e incentrato sul lavorio della parola cortocircuitante.

L’antologia è occasione per ripercorrere più di trent’anni di poesie, pubblicate in cinque diverse raccolte, due soltanto tradotte precedentemente anche in italiano: In Diesen Traum Schlendert ein Roter Findling (Berna, 1983), Nachrichten aus dem Exil (Klagenfurt, 1998, in edizione italiana Notizie dall’esilio, Milano, 2006), Widerwelten (Klagenfurt, 2001), Das Sternbild des Wolfes (Klagenfurt, 2003) e San Colombano und Wartezeit / San Colombano e attesa (Milano, 2010). Nuove traduzioni, assieme alla pubblicazione di inediti e delle ultime poesie dello scorso inverno, vengono a costruire un viaggio stilistico-testuale strutturato per tappe. Si va dalla scarnificazione sintattica assoluta, senza punteggiatura né maiuscole per i primi componimenti degli anni Ottanta, per attraversare la complessificazione densa di domande del ventennio successivo, e arrivare oggi all’essenzialità spoglia del verso, sempre generatore, ben oltre il gioco sinestetico, di lampi visionari di un tempo atavico, in uno spazio viscerale.

perseguitata nel nero
infinito paesaggio
come una bestia
selvatica

nel ventre
della notte
risate
a brandelli

sul patibolo
del tempo
il dolore implora
compassione

(In questo sogno gironzola un trovatello rosso, p. 13)

 

Stiamo separati di fronte al mondo,
ognuno incatenato alla sua ora,
i nostri cani vanno a toccare un ieri,
quante volte e senza conseguenze?

Nebbia avvolge quel laggiù privo di sponde
nebbia si appoggia sulla mia spalla,
diventa pesante, più pesante, diventa pietra.

C’è una sola parola captata origliando
che voglio cavare fuori e conservare,
perché resti indietro una ferita aperta,
a mia consolazione, una via nel domani.

Bastava la speranza? Allora sperate con me,
tutti voi soccombenti.
Spera anche tu,
mio cuore,
un’ultima volta.

27.01.05

(Inedite, p. 121)

Fino alla poesia di explicit, che per la prima volta lascia in sospeso un’ultima metamorfosi petrosa, leitmotiv della Mehr. Che il grido versificatorio incubato nel dolore abbia rotto le catene del male umano? Al lettore, il viaggio cupo e necessario oltre ogni confine.

Precipita il tuo cervello
nell’abisso
nella miseria più fonda

il tempo
s’inquieta per te.

Tu –
un ciclone
ancora lontano

dagli obiettivi

diventi
fiore di cenere
della paura.

Sboccia nero
il papavero
sulle tombe

si svende
la risata,
diventa pietra…

(Ultime. Febbraio 2014, p. 157)

Revue de presse (sélection)

«La sua è una poesia piena di violenza e dolcezza, drammatica, sghemba, esplosiva, pagata fino all’ultima goccia. Leggetela, amatela» (Antonio Moresco, «Il primo amore», 11.10.2014)

«Versi tersi, essenziali, scolpiti nel dolore, nati dalla spinta contrapposta e lacerante delle parole e del silenzio. Dopo varie raccolte pubblicate anche in Italia (Notizie dall’esilio e San Colombano e attesa, Effigie) la Mehr è approdata nella prestigiosa Collana bianca Einaudi (in un’antologia curata da Anna Ruchat, come le altre traduzioni). Una consacrazione per una poetessa che merita un posto, con Ingeborg Bachmann e Paul Celan, tra le grandi voci della poesia in tedesco degli ultimi cent’anni» (Angiola Codacci Pisanelli, «l’Espresso», 05.12.2014)