Decoro, grammatica e cronaca: «Binomio Fantastico» di Anna Ruchat

par Lorenzo Cardilli

Publié le 22/06/2015

Binomio fantastico, ultima raccolta poetica di Anna Ruchat, esce nel 2014 per Di Felice Edizioni, all’interno della collana ‘I poeti di Smerilliana’. La breve silloge presenta fin dalla confezione editoriale un’estrema compattezza. In copertina figura il dipinto Il gelataio di Gianfilippo Usellini (1903-1971), pittore insieme classico e metafisico. Dell’immagine colpisce il cromatismo dolce che cela e insieme accusa la freddezza della scena: il dipinto si sposa con efficacia allo stile della Ruchat, alla sua dizione trasognata e penetrante.

Binomio fantastico è la versione poetica di un rapporto tra madre e figlia, accidentato e segnato dal tragico fin dal suo “maldestro inizio”. Le tre sezioni che compongono il poemetto sono ordinate cronologicamente: la prima, senza titolo, è dedicata all’infanzia, compromessa fin da subito dalla morte “bianca” del padre. La seconda, Stanze, racconta dell’anomala vita domestica in una nuova casa dove le protagoniste sono costrette a trasferirsi: un’antica dimora che presto si popola di una «fredda moltitudine» (p. 31) di anonimi inquilini. La terza sezione, Nelle misure prigioniera, affronta il capitolo estremo di questa singolare maternità/figliolanza: la malattia e poi la morte.

Per quanto riguarda la forma poetica, la prima sezione è composta da soli poemi in prosa, la seconda mescola prosa a versi, mentre nell’ultima si passa all’uso esclusivo del verso. Questo spostamento progressivo verso la lirica è forse legato a esigenze tematiche: la temporalità sospesa dell’infanzia lascia il passo al “crepuscolo breve” minacciato dall’imminenza della morte e dalle «misure implacabili» della memoria (p. 47).

Il testo d’apertura, Ogni inizio è maldestro, è un’incisiva presentazione del dramma che scatena la storia:

 

In principio Lei partorisce lei e sono tre. Lui per un po’ lavora, poi, quasi subito, muore.

Leielei ridiventa una e vuole buttarsi di sotto. La ringhiera del balcone si aspetta un trasloco. Gli anni cadono a strapiombo nella sera. D’improvviso la casa si riempie di gente.

Con una delle due teste Leielei prova a sorridere. La mano trattiene sull’altra bocca un urlo.

L’orlo di quel precipizio sa di basilico.

Leielei cambia casa.

(Ogni inizio è maldestro, p. 9)

 

Il “binomio fantastico” è quello composto da madre e figlia, unite in una felice invenzione grammaticale: “Lei”, la madre precocemente segnata dal lutto, e “lei”, la figlia-orfana che all’inizio è fusa anche linguisticamente alla madre. La trovata della Ruchat condensa in poche lettere uno scialo di questioni psico-fisiologiche, miniaturizzandole e integrandole nel passo veloce della cronaca.

La scissione tra “Lei” e “lei” avviene in realtà gradualmente e senza scampo a partire dalle tappe iniziali della storia: per tutta la prima sezione prevale la fusione («È piuttosto presto quando Leielei esce di casa», p. 12; «Leilei si aggira smarrita tra camice bianche e caroselli», p.15), che però scema progressivamente in un distacco stilistico ed esistenziale. Nella seconda sezione, i due pronomi sono infatti definitivamente separati, e addirittura non figurano più insieme nella stessa poesia. Questo divorzio grammaticale risulta ancora più incisivo se collegato alla solitudine delle due eroine tragiche, isolate dal lutto anche dopo il trasferimento nella vecchia casa “affollata”.

Un altro tratto rilevante che emerge dal testo d’apertura è il taglio cronachistico, la rapidità narrativa tipica specialmente della prima sezione. Da notare la quasi completa prevalenza della paratassi, le frasi brevi e la frequente sintassi nominale: la velocità è quasi una panacea, una “morfina” stilistica per dire ciò che difficilmente si può dire. Allo stesso meccanismo si lega la messa a fuoco dei particolari: il precipizio che sa di basilico non per questo è meno precipizio; ma il colore, il “pieno” del dettaglio riempie il vuoto della tragedia, la puntella, ne aumenta la dicibilità.

Così una tormentosa cronaca familiare guadagna il suo decoro: attraverso lo scorcio, la concentrazione del pathos nell’evento minimo e puntuale. Ma la Ruchat non si limita a giocare con lo zoom: come il pennello dell’Usellini, monta una specie di surrealismo dolce, in cui le immagini si piegano con delicatezza verso una dimensione onirica che però conserva una sua durezza realistica. Abbiamo così «Il pianoforte è una scatola nera, ma i platani nodosi del lungofiume hanno facce cordiali» (p. 10); «Il silenzio non è solo pietra immersa nel tempo smangiato dalla paura. È anche casa, fortezza. Un prato di curiosità, sorprese» (p. 14); «Forse per via della montagna | che entra nella stanza» (p. 34).

A livello della sintassi figurale spicca una specie di “oggettualizzazione” del tempo o di altre entità astratte: l’avvicendarsi dei giorni o degli anni si comporta come un oggetto, spesso colto in un movimento di espropriazione, di transito («mentre mani senza passi le strappano i giorni dai capelli», p. 32; «con tutti gli anni | nelle tasche», p. 52).

 

Il tempo verbale che domina la raccolta è il presente: spazi e aneddoti sono fissati in una serie di “istantanee” più pittoriche che fotografiche. Binomio fantastico accosta quadretti narrativi in cui prevale l’aneddoto (la salita sul grattacielo in Di sotto in su, il capodanno festeggiato «in famiglia d’altri» in 1965) a documenti intimi sui difficili bilanci del lutto. In questi testi spicca il decoro del tono, che costeggia il patetico mantenendosi in equilibrio tra estro e violenza domestica.

 

Lei non vuole dividere con nessuno la sua dose di dolore, di torpore, le sue cellule morte.

Le date scivolano via dal calendario e come coltelli e vanno a conficcarsi nelle giornate di lei che le accoglie con un quieto strazio.

Quando a volte nella notte Leielei è di nuovo una, le date perdono dignità e si vergognano di essere numeri.

(Compleanni e altri anniversari, p. 21)

 

In realtà tutto il libro contiene le tracce costruttive di un simile ritegno: il tragico viene stemperato, esorcizzato attraverso lo scorcio, la deriva onirica, la compostezza dello stile. Anche i titoli contribuiscono a “diluire” il dramma: sintagmi eleganti e creativi in cui si scarica la tensione emotiva, sollevando il testo dagli obblighi e dai pesi dell’asserzione (come in Sfigurata coscienza, Pensiero divergente o Trafitture).

Se in generale la Ruchat risulta più efficace e originale nei poemi in prosa (per pulizia e costruzione prosodica), anche nei testi in versi mantiene una certa eleganza, aumentata dalla pulizia del tono e dall’attenta disposizione tipografica.

Il contegno globale che anima la silloge nasce da un’esigenza tematica: un compenso, una strategia per affrontare passato e futuro, che insieme costringono “Lei” e “lei” ad aumentare senza scampo i loro gradi di separazione. In Nelle misure prigioniera la terza persona è sostituita da un classico io/tu lirico, che al limite si fonde nel noi («Nessun luogo per noi, | figlia e madre | divise da un’intoccabile soglia, | nessuna | misura nel tempo», p. 45).

Davanti alla morte non si dà salvezza, nemmeno memoriale, ma altro distacco. Se c’è una redenzione, sta nella delicatezza con cui i pronomi si spartiscono la scena. Gli «artigli» della memoria stringono le due donne in una compassione che unisce solo a patto di mantenere il pudore, il decoro, attraverso e oltre il «cemento dei giorni» (p. 53).

Note critique

Binomio fantastico, un poème dédié à la relation entre mère et fille, est une «chronique familiale» difficile, à mi-chemin entre persistance de la douleur et continuité de la vie. La première partie contient les moments charnières (et peut-être manqués?) de l’enfance, marquée d’emblée par la mort subite du père. La deuxième, Stanze, se compose de mystérieux tableaux domestiques, situés dans une vieille maison pleine de confusion où la famille est contrainte d’emménager. La troisième partie, Nelle misure prigioniera, affronte la maladie et la mort de la mère, phase finale d’un détachement s’opérant depuis toujours. A travers un style concis, froid et cru, Anna Ruchat trace avec dignité le «seuil intouchable» qui à la fois sépare et rassemble les deux protagonistes. (lc, trad. vv)