La farfalla e la rosa

Claudio Nembrini

Storie d’amore difficili e tormentate, viaggi, separazioni, terre promesse e scenari esotici dalle calde isole dei Caraibi alla fredda e desolata Groenlandia. A tutte le latitudini i rapporti umani sono fragili, riflettono la vita, le sue congiunture, le sue oscillazioni. Spesso si rivelano incompiuti, irrisolti, pronti a dissolversi quasi per una legge naturale, come se una fatalità ineludibile li inseguisse per ostacolarli, svuotarli, sbriciolarli. Oppure appaiono feriti, lacerati, trasformati in un’altra cosa perché questa è la moderna condizione, il teatro del mondo. Di qui la ricerca di emozioni diverse, vere o immaginarie, la scoperta di sensazioni nuove, frammentarie, la disponibilità a trasgredire e a mettersi in gioco. Sebbene in più casi la paura del vuoto e della solitudine condizioni le scelte. Otto racconti che esplorano l’animo umano in ogni sua piega e sfumatura, con una scrittura intensamente poetica, che scava nelle vite di personaggi che cercano con forza se stessi, nei propri desideri e nelle persone che amano.

(dal risvolto di copertina)

Critique

par Matteo Ferrari

Publié le 15/01/2014

Claudio Nembrini è un autore parco, discreto, di certo lontano dai riflettori. Uno scrittore che pubblica poco, con lunghi intervalli tra un libro e l’altro: diciassette gli anni trascorsi tra l’ultima uscita – il romanzo Fine dell’amore, pubblicato a Venezia da Marsilio nel 1996 – e il recente La farfalla e la rosa (Milano, Mursia, 2013). Dopo l’esperienza del romanzo, questo nuovo libro segna il ritorno di Nembrini alla misura del racconto, genere che aveva caratterizzato nel 1987 il suo esordio (La locandina gialla, Firenze, Vallecchi). Tema centrale è però ancora, come già nel precedente romanzo, l’amore, anzi in questo caso gli amori, perché negli otto racconti che compongono la raccolta il concetto è declinato in maniera sempre diversa, spezzato e rifratto in più specchi. E diversi sono anche gli scenari in cui si muovono i protagonisti, che vanno dal natale Ticino alla caraibica isola di Cuba, sfondo di due racconti fitti di parallelismi tra loro (La farfalla e la rosa e La bella carbonaia). Costante è il carattere labile, precario e non sempre gioioso delle storie raccontate, tanto che l’opera potrebbe avere come sottotitolo ‘storie di amori difficili, impossibili o solo abbozzati’. Se l’amore sembra infatti a prima vista fungere da rifugio per l’uomo alle prese con il «crescente smarrimento di fronte al fascino sinistro della condizione moderna» (p. 8), quelle raccontate da Nembrini non si rivelano a conti fatti storie felici. Sono relazioni malinconiche, mai travolgenti, destinate anzi a logorio e tormento, oppure a rimanere senza seguito, come le avventure notturne di Enrico detto Rico e di Jacopo, i protagonisti europei dei due racconti cubani. Relazioni soffocate da reali impedimenti o dai troppi dubbi dei protagonisti, ma anche a rovescio relazioni precipitate nella routine, sfibrate dall’uso (quello del tempo che inesorabilmente si consuma è un altro Leitmotiv dell’opera). È così anche quando sulla scena troviamo figure forti, che pure nel romanzo non mancano. Si tratta quasi sempre di figure femminili, come Maricel e Haydée, protagoniste del racconto La bella carbonaia. Madri che devono fare i conti con un marito alcolizzato e trovare sole di che campare, e che pure danno prova di estrema fierezza, coniugando in sé sensualità e intransigenza. La stessa risoluzione che troviamo in Irdalia, la rosa protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta:

«Te ne andresti altrove?» la provocò Rico, dopo una lunga sospensione.

La fioraia non perse la calma: «Mai e poi mai» sillabò. «Amo la mia città, non la cambierei con nessun’altra».

Rico insistette: «Ma fai fatica a viverci, te la cavi a malapena, vendendo fiori».

Irdalia scosse il capo: «Non fa nulla, è una mia scelta, anche se necessaria. Il mio paese m’ha dato scuole, ospedali, lavoro, dignità. Il peggio è passato» ripeté senza alterare il tono di voce, «rimetteremo fuori la testa, così credo. […]» (pp. 39-40)

Ma sono eccezioni: le otto storie della raccolta sono infatti destinate a non avere un futuro, perché, come dice Johanna nel racconto Un amore diverso (certo un titolo non piano per una storia d’amore omosessuale), «tutte le relazioni muoiono o si trasformano» (p. 110), sentenza che potrebbe valere come epigrafe e giustificazione dell’intera raccolta.

Lo stile ricercato è un tratto distintivo della prosa di Nembrini, che non teme d’indugiare lungamente nelle descrizioni. Ne risulta una lingua lirica e rarefatta, sempre in bilico tra prosa e poesia, una lingua che procede per accumulo, sottratta di proposito (a volte, quasi troppo) al logorio del quotidiano:

[…] il lago è una macchia infinita di luce rossa, sulla tua sinistra, e solo più avanti riprende il suo colore grigio-azzurro, in prossimità dei vigneti della costa, terrazzi che scendono dall’alto, sulla destra, in una cascata dai ritmi perfetti e disuguali, che a tratti sembra sospesa nell’aria, ma poi precipita fino a sfiorare l’onda sonnacchiosa della costa vodese. (p. 21)

La stessa narrazione pare a volte assumere il ritmo esitante delle situazioni che racconta e la struttura del testo svicola. Racconti centrifughi, potremmo definire questi testi costruiti ad incastro, tranches de vie che paiono prendere una direzione e poi scartano. Per questo a volte, più delle parole, contano i silenzi e i tentennamenti, quanto cioè i protagonisti non riescono, per remissione o per reale incapacità, a dirsi o a fare. Significativo sotto quest’aspetto il racconto conclusivo, Cartoline incrociate, in cui una possibile storia d’amore non riesce a decollare perché zavorrata dall’incapacità di agire del protagonista, Waldo. Lo testimonia l’indecisione che rode quest’ultimo quando vorrebbe far visita a Chiara nella libreria in cui lei lavora:

Poteva essere il momento ideale: irrompere tra le pareti di libri, indugiare un poco tra le novità, sbirciando i risvolti di copertina, in attesa della sua comparsa: sarebbe stata alterata dalla sorpresa, la sua voce, o imbarazzata? Felice di rivederselo davanti o contrariata?

Non ebbe la forza di sciogliere il dubbio; sostò a lungo accanto alla vetrina, di fronte alla tabaccheria; osservò i rari passanti concentrati nell’inutile corsa nevrotica verso mete insensate; […] fu lì per decidersi, ma aspettò ancora: l’avrebbe fatto dopo aver comperato il giornale e le sigarette.

Il tabaccaio lo riconobbe e fu lieto, dopo tanto tempo, di conversare con lui. Waldo si lasciò coinvolgere, ma quando si accomiatò riprese il cammino nella direzione opposta a quella della libreria, verso la parte alta della città, da dov’era venuto; […] (p. 152)

Quelli di Nembrini sono personaggi resi nelle loro incertezze, spesso incapaci di porsi al centro della scena; ne risultano dei ritratti di persone mansuete, forse rassegnate, come addomesticate dalla vita ma incapaci di non soffrire di fronte ai dolori che la stessa procura. Irrisolti, potremmo dire. Dei veri anti-eroi, dove i dubbi esistenziali diventano ipoteche che gravano sulla vita e sui rapporti con le altre persone. L’atmosfera generale dell’opera ricorda il senso di perenne sconfitta che caratterizza il citato Fine dell’amore, che nell’ultimo racconto (Cartoline incrociate) trova non tanto una prosecuzione (il tema è simile) quanto piuttosto una riformulazione, più spedita e diretta perché contenuta nella misura breve del racconto.

Più di personaggi, ambienti e trame, è così l’atmosfera generale a rimanere impressa a chi legge il libro. Un’atmosfera dimessa, ricca di toni tenui e introspettivi, di frequente accordata con il paesaggio, che è il più delle volte malinconico. Forse, come dice Waldo nel racconto conclusivo, questo «è il nostro destino» (pp. 171-172). Sono le ultime parole pronunciate dal personaggio ed è al tempo stesso l’ultima battuta del libro, estrema analisi e sigillo definitivo all’opera. La medesima costatazione ricorre anche nella confessione che il protagonista di Fine dell’amore affida, in conclusione del libro, a una lettera. Un passaggio che, c’è da credere, potrebbe valere anche per La farfalla e la rosa, a riassumere l’indagine condotta da Nembrini sulla condizione, personale prima ancora che sociale, del nostro presente:

[…] il mondo in cui viviamo ci logora, poiché la caduta progressiva degli ideali in cui abbiamo creduto ci fa sentire più soli e disarmati. L’amore non è immune da questo logorio e, paradossalmente, mentre è chiamato ad aiutarci sul piano individuale, risente a sua volta dello sforzo, rischia di sfasciarsi insieme al resto, e di trascinarci nella sconfitta. È il nostro destino? (Fine dell’amore, p. 115)

Note critique

Dopo l’esperienza del romanzo, risalente a oltre quindici anni fa (Fine dell’amore, Marsilio, 1996), Claudio Nembrini è tornato con La farfalla e la rosa al genere del racconto. Il libro ne contiene otto, che narrano al- trettante storie d’amore. Relazioni tormentate, impossibili o anche trasgressive, nessuna delle quali destinata a un lieto fine. Il tono generale è malinconico e introspettivo e la prosa, come sempre in Nembrini, è di frequente lirica, ricercata – a volte quasi troppo – e attenta nella descri- zione degli ambienti, ai minimi dettagli.

(Matteo Ferrari, in «Viceversa letteratura» n. 8, 2014)

Revue de presse (sélection)

«Il cosiddetto “contenuto” non è il problema numero uno del Nembrini, che cerca piuttosto quelle parole che signoreggiano le cose che vuole dire, facendo magari posto, qua e là (per esempio nel primo racconto, autodanneggiandosi nei confronti del lettore) a una certa sciatteria (voluta?). Per il Nembrini si può anche dire, osando, quel che dice Proust nel suo Contre Sainte-Beuve: “Che gli interessa una sorta di soggettivismo eccessivo, la cui importanza è, per così dire, più grande, attaccata com’è a un sogno, a un ricordo, alla qualità personale della sensazione, rispetto a quello che tale sensazione è luogo comune per tutti, percettibile da tutti: la realtà.» (Giovanni Orelli, «La Regione Ticino», 17.06.2013).

«Il dato emergente dell’ultima pubblicazione di Claudio Nembrini, La farfalla e la rosa, è di carattere letterario: non vi è una parola a vanvera, ogni vocabolo è frutto di un pensiero e “ri-pensiero” (se così ci è permesso scrivere). Ma non siamo all’esaltazione della forma a scapito del cosiddetto contenuto (i due, si sa, sono legati) bensì ad una voglia quasi di poesia in narrativa. […] il tutto che va a confluire in una ricerca del senso della vita che non può esaurirsi nel “qui e adesso” e nemmeno può trovare espressione nella sola superficie. […] Non sono racconti da ombrellone ma da serate pre-temporalesche, con inquietudini e paure latenti, forse remote e forse pronte a scatenarsi.» (Fabrizio Quadranti, «Cooperazione», 13.08.2013).

Claudio Nembrini ospite alla RSI Rete Uno di Rossana Maspero durante la trasmissione La valigia dei libri (22.08.2013).