Via correndo [Im Fluss]

Vera Sevic

Ci sono strade che non andrebbero prese. Frank, però, il protagonista del libro, ha fatto una scommessa e non può più tirarsi indietro, costi quel che costi. Via correndo – la prima traduzione italiana della talentuosa Vera Sevic – è un romanzo d'azione intelligente, con continui capovolgimenti di fronte e un finale implacabile.

(Quarta di copertina)

Uomini di carta, uomini di stile

par Pierre Lepori

Publié le 15/11/2002

Ci sono vari modi di leggere questo straordinario romanzo di Vera Sevic, molto accortamente tradotto in italiano, sotto l’improbabile titolo Via correndo, dalle bergamasche Edizioni della Lontra. Seguendo alla lettera il titolo, per esempio: Im Fluss, lasciandosi dunque trasportare dal flusso narrativo incessante, dalle invenzioni spesso inattese, dai capovolgimenti stilistici e tematici. Ma questo piacere del testo – rivendicato chiaramente dall’autrice elvetica – convive con una perizia tecnica, una raffinatezza compositiva che trae le sue origini dalla tradizione francese del romanzo strutturalista (Georges Perec o Raymond Queneau). Senza contare che Sevic è autrice coltissima, capace di muoversi nella letteratura mondiale come in una casa provvista di molte stanze, di prendere a prestito oggetti (il cane cosmonauta impagliato al centro del capitolo ottavo non ricorda forse il Bendicò del Gattopardo?), metafore e figure, per integrarli in maniera fluida nel correre gioioso di uno stile di leggerezza esemplare.

La costruzione stessa di questo romanzo poli-stilistico e polifonico nasce da una scommessa, quella del protagonista Frank, che in un primo capitolo dal realismo magico discute con il proprio gatto (dotato di un nome semi-palindromo: Kranf). Come lui, azzarda il protagonista rivolgendosi al felino, l’uomo è capace di vivere sette vite. Grazie all’immaginazione e alla narrazione… Frank userà dunque sette generi, sette stili, sette modelli di scrittura per reinventarsi e vivere, vita dopo vita, fino allo sfinimento: dal racconto all’acqua di rose al romanzo storico, dalla favola apologetica all’ecloga virgiliana, dal Bildungsroman alla fantascienza, l’eroe multi-vitale (la definizione, ironica a puntino, è della stessa Sevic) traverserà un’esistenza «raccontata e raccontabile», cambiando sesso e nome (omaggio all’Orlando di Virginia Woolf), fino a un finale giallo che ci guarderemo bene dallo svelare. Basti sapere che sarà proprio il gatto dell’inizio, che ha preso il nome del Behemot di Bulgakov, a suggellare questa cavalcata tra le epoche e i generi con un ultimo sberleffo metanarrativo.

L’erudizione dell’autrice la porta talvolta a indulgere a qualche excursus non indispensabile, come la lunga dissertazione botanica in cui Frank, arrivato sulla luna e ben deciso ad avere un bambino sotterrando e innaffiando i propri testicoli – come nelle Historiae di Luciano di Samosata –, racconta il favoloso destino dell’agnello barometz, zoofita mitico della letteratura medievale (che germoglia nelle terre d’Asia minore come una «pianta tartarica»); questo piacere per un nozionismo a tutto campo potrebbe ricordare gli eccessi divagatori dei più recenti romanzi di Umberto Eco. Ma lo stile sempre pieno di sorprese, la capacità di tenere incollato il lettore alle storie più improbabili e inattese, il gusto ludico prorompente non abbandonano mai il romanzo della Sevic, che – soprattutto – può essere letto come un inno alla narrazione in ciò che ha di più spericolato, sperimentale ma gioioso.

Peccato che talvolta il traduttore italiano inciampi in svarioni che una casa editrice seria avrebbe dovuto evitare: il «Grosse Kater» non è un «grosso gatto» (ma una nausea da dopo sbornia), il «Pechvogel» non è un «uccello color catrame» (ma una persona sfortunata), un «Grünschnabel» non è un «verde chiacchierone» ma un pivellino; controsensi tanto più assurdi in un libro che cita spesso e volentieri espressioni e autori della letteratura italiana («occhi bianchi quasi fantascientifici» che vengono dai Sillabari di Goffredo Parise; o l’uso a più riprese dell’aggettivo «lutulento» chiaramente tratto dal lessico manganelliano).

Nonostante queste riserve, la versione italiana va lodata per la sua inventività, che segue alla lettera il gusto mimetico – talvolta parodico, talvolta addirittura enigmistico – dell’originale tedesco, e che si apparenta dunque alla riscrittura tentata negli anni ‘70 da Umberto Eco sugli Esercizi di stile di Queneau. Come dice giustamente Frank, rivolgendosi a Wolly, ragazza-libro incontrata in un bosco (omaggio a Bradbury e a Truffaut, evidentemente): «forse un giorno scopriranno che siamo tutti creature di carta e d’ingegno, che le nostre vite si riassumono a una storia raccontata a mezza voce in una notte di tempesta; ma questo non toglie che saremo stati raccontati con stile».