Geografia senza fiume

Anna Ruchat

La prima cosa al mattino
                                 è dimenticarti
angelo
                  con le ali di ferro,
Uscire dal sonno e tirare
la carta del giorno. Tazze della colazione appoggiate
sul tavolo, passi nel corridoio e voi
che andate a scuola.            Ma ancora
c'è qualcosa di me che non entra
nel tempo
un punto di resistenza che rifiuta
                  la tua assenza
                  e aspetta
e aspetta
al di qua delle voci.

Piccola geografia poetica e corporea

par Pierre Lepori

Publié le 14/07/2006

Anna Ruchat, Geografia senza fiume
Stefano Lorefice, L'esperienza della pioggia
Annalisa Manstretta, La dolce manodopera

Tre libri con una loro sofferta leggerezza, una loro maturissima levità. Non ci sfugge la misteriosa geografia che li unisce. O allora, piuttosto, forse, abbiamo voglia di unirli in una geografia del tutto personale ed aleatoria. Gli autori stanno in pianura ma guardano l'innalzarsi dei boschi non lontani (in un caso «verso Sud», verso gli Appennini), vivono su un confine, talvolta lo valicano, come se fosse la cosa più normale dell'esistere. Anna Ruchat è ticinese, nata a Zurigo, cresciuta a Roma, vive a Pavia; traduttrice di vaglia, narratrice densa e sublime, con Geografia senza fiume pubblica un primo significativo volumetto in versi. Stefano Lorefice viene dalla Valtellina, lo sconfinamento nei Grigioni è per lui consueto, ma vive in Francia e ora pubblica, sotto la stessa insegna di Ruchat, L'esperienza della pioggia. Annalisa Manstretta è nata a Stradella, l'Oltrepò pavese è il suo orizzonte, la copertina del suo La dolce manodopera (una fotografia di Fulvio Roiter) mostra filari di vite, un podere.

Non è certo indispensabile stabilire una cartografia, disporre i poeti con etichette come si fa nell'orto. Tuttavia: come non ricordare che la poesia del secondo Novecento ha avuto in Italia, tra il proseguire della vena ermetica e uno sguardo costantemente rivolto a Montale, le sue «etichette» più fortunate (entrambe dovute all'Anceschi) nella Neo-avanguardia e nella Linea lombarda? E che in quest'ultima il passaggio dalla geografia alla poetica è stato chiaramente individuato: nei motivi formali, nelle atmosfere «nebbiose», nell'attenzione al confine duplicato dalla passione per la traduzione.

I tre piccoli libri che abbiamo di fronte non son più nella linea lombarda di Sereni o Orelli (che d'altronde l'ha «sfondata» per arricciamento linguistico già ai tempi di Spiracoli). E nemmeno nell'epigonismo sabianamente onesto di Risi o Buffoni. I paesaggi sono forse gli stessi, gli orizzonti sono ancora lì - tra il lago e la montagna - ma scrutati in un modo ben diverso. O forse nemmeno, non scrutati, sentiti, a pelle. La visione è ormai dentro («le parole / non dette sono / luoghi / di una geografia interna / e non ancora / rilevabile», Ruchat); ciò si iscrive con dolce potenza nel verso è una presenza fisica, corporea. Non a caso le due sezioni del libro di Lorefice portano il titolo «Corpo/città» e «Corpo/frontiere», mentre è quasi con determinazione volitiva, etica, che Manstretta si sogna paesaggio: «Impariamo la giusta idea di limite /la generosità degli argini / lo stare fermi dei campi (…)».

Certo, ognuno di questi poeti ha una sua costellazione personale: in Anna Ruchat si sente, ad esempio, la necessità di una poesia civile - che la collega a Pusterla, a Fortini - specialmente quando, nella sezione finale del volume, introduce un piccolo racconto in prosa, quello dei due bimbi che muoiono nel carrello di atterraggio di un Airbus, per fuggire alla miseria della Guinea (si tenga presente tuttavia che l'aereo è tutt'altro che un tema autobiograficamente neutro, per l'autrice). Ma lo sforzo costante di queste poesie sembra essere quello di trasformare - di vivere - le fratture (familiari in particolare) con «naturalezza», cioè inserendole, vivendole, nella geografia: «Pioppi / per sette anni / e poi il granoturco / la passeggiata col cane / dopo il pranzo domenicale / sembrava per sempre // (…) oggi c'è il granoturco nei campi / davanti alla casa dei tuoi / e l'orizzonte lungo della pianura». Il punto d'appoggio di questa metalepsi conoscitiva è certamente (nei tre poeti) la casa: così s'intitola una sezione del libro di Anna Ruchat. Vera fragile pelle in cui far convergere l'ansia del tempo e la solitudine degli inverni: «Ecco questa è la mia casa. / Ancora faccio la pendolare / in una geografia di carta e di stoviglie / tutta ricoperta di binari. // Ma c'è più ordine di un tempo, guarda / a destra gli anni del silenzio / di qui l'infanzia con i suoi muretti / a secco / e le mele morsicate / sulle tante soglie». «La possibilità di una vita» (verso che fa eco al libro di racconti, In questa vita, dell'autrice) è dunque la ricerca di un'iscriversi col corpo nello spazio (dove però il corpo già è spazio), attraversato con emozione, diremmo addirittura con tenerezza.

Tenerezza che si ritrova nel dettato più sereno ma non meno intenso di Annalisa Manstretta, che accetta la sfida di mettere la parola «dolce» (così poco ambìta in un'epoca di cinismo) nel titolo della sua raccolta. Se per Ruchat infatti le stanze poetiche sono abitate dal tema dell'assenza, del distacco, della separazione, Manstretta iscrive al centro di un reticolo di sguardi (sempre, come detto, incarnati), la figura dell'uomo amato, evocato ovunque, presente addirittura nelle sue assenze: «Ma se l'uomo che cammina di spalle / ti somiglia, ne nasce un'estate / crescono viali di chilometri / dappertutto si fanno fiere». Ed è presenza molto fisica, questa dell'altro amato («allegra comunità dei nostri gesti»). Certo - come ben dice l'introduzione di Milo De Angelis - quella di Manstretta è pur sempre una poesia dominata dallo sguardo (ed anche, aggiungeremmo, dall'udito), ma che a differenza di Umberto Fiori (prefatore di una precedente pubblicazione di Manstretta) non si preoccupa di problematizzare il guardare, perché lo vive come una dimensione corporea, come una «naturalezza»: «A volte ti guardo negli occhi / e vedo una valletta nivale / un posto gelato». La natura metamorfica delle cose prende talvolta il sopravvento sull'individuo, come nella parte iniziale della sezione «Gli spazi che formano la vita» (le cui foreste in cammino possono ricordare l'ultimo Majorino). Qui però l'io poetico non rinuncia mai ad iscriversi negli spazi, anche quando il «paesaggio non ti tratta con tenerezza», o è un «mondo di giganti». La serena dimensione conoscitiva di questa poesia è sempre quella di un corpo nello spazio, addirittura geometricamente collocato: «Sto su piastrelle ordinate / su una sedia chiara (…)».

Il paesaggio è forse più interiorizzato (e metaforizzato) nella poesia - di grande tenuta formale - di Lorefice: «mi faccio la strada / nell'intreccio dello scrivere, coi polmoni / di corsa»; l'orizzonte è mutato, il poeta traccia i suoi versi sul corpo della città, tra subway, pub, fermate dell'autobus. Il corpo non è più solitario - o amante o materno o abbandonato - ma quasi sfregato da centinaia di volti e voci, urla di quartiere «da gente che ha una frenesia di fame / manca il fiato per capire i nostri angeli muti (…)». Il tono di Lorefice è più concitato, le sue parole sono come spintonate dall'assiepamento carnale che lo circonda. Qui vige una sempre dichiarata esulcerazione vitale e la parola «dolore» è spesso al centro del suo mondo. Ed è forse per questo che la seconda sezione del libro tenta un ripiegamento per «annusare gli angoli e il sale che resta al centro». In questo paesaggio «interno notte» di nuovo si iscrive l'amore, nella sua declinazione più problematica «amore dalla mani spezzate», contessuto di distanza, d'impossibilità. Un amore sempre sul crinale dell'incomunicabilità, anch'essa definita geograficamente: «consapevole che il non detto è rispetto / come un lago minore / dove tutto sta rannicchiato / compreso / senza attese (…)»). I passi lontani di un nonno che accetta le «radici profonde del silenzio» sui sentieri di montagna sono allora, per il poeta, un orizzonte quasi perduto, oltre i doppi vetri di una stanza corporea segata dal freddo di un dialogo impossibile. Un mondo volutamente, ardentemente lontano dalla serenità di Manstretta o dalla cocciutaggine tenera di Ruchat, ma un mondo iscritto, incarnato, nella geografia di un corpo. Ed ogni testo, poi, diventa corpo (e viceversa).