La grande veronica

Oliver Scharpf

«[…] nel tennis, la veronica, è un colpo-eccezione, ma che non si può fare altrimenti; non è perciò una ricerca dello spettacolo fine a se stesso, ma una specie di necessità spettacolare. Infatti, si fa una veronica se si è un po' sbilanciati a rete, leggermente in ritardo, e un po' ai margini del campo. È perciò anche una metafora a un certo punto della propria vita. In concreto però, si tratta di un poema. E a dirla tutta, dico poema, quasi come se dicessi una parolaccia, ma questa è la forma adottata per narrare questo colpo tennistico […]».

(Quarta di copertina)

Critique

par Roberta Deambrosi

Publié le 15/02/2013

Cinque anni dopo la raccolta La durata del viaggio dell'oliva dal martinicocktail (pubblicata da peQuod, e comprendente i primi 39 Uppercuts, già stampati da Mobydick nel 2004 nell'omonima raccolta,  più i restanti 48 e una bella nota dell'autore sul celebre cocktail a fine libro), Oliver Scharpf propone un altro gesto poetico-sportivo,  La grande veronica. 34 pagine, 15 stanze di versi liberi, contenuti in un'unità di tempo ideale che corrisponde a una notte: «è un all in dell'anima, tutto in una notte, per non più mai morire», «è tutta questa spirale vertiginosa di versi che avanzano nottetempo»; e l'ultimo verso della penultima stanza: «è tutto quello che avrei voluto dire ancora ma forse basta così» che si riallaccia al primo dell'ultima stanza: «e così, quando arriva l'alba» a concludere il poema.

Si srotolano letteralmente, i versi, stampati «per il lungo», in orizzontale cioè, su pagine non numerate, con la sola indicazione degli a capo e della suddivisione in stanze. Le convenzioni tipografiche semplificate, pensiamo soprattutto alle maiuscole inesistenti, insieme alla lunghezza generalmente omogenea dei versi lunghi, creano una trama testuale visualmente regolare, come quasi una rete ben  intessuta e tesa al punto giusto. A ciò si aggiunge un effetto di fluidificazione, di scorrimento della frase,  dato dalla resa in un unico lemma di espressioni («peresempio», «beigesti», «chissàdove») e nomi di cose, luoghi o persone («nastassiakinski», «sanmartino», «passopisciaro», ad esempio, che oltre a scorrere più facilmente diventano così anche più iconici).

Nella breve introduzione al poema, l'autore pone al centro del suo lavoro  il termine “veronica” e ricorda come esso attraversi le sfere semantiche più svariate, da quella religiosa a quella sportiva, passando dalla tauromachia; la stessa nota che funziona anche da autocommento, e dello stesso termine dà alcune definizioni utili a leggere poi il poema: la veronica come gesto tennistico rappresenterebbe un'«alternativa volatile», una «necessità spettacolare», che parte da una postura di chi la inscena o la fa, che è sbilanciata, «leggermente in ritardo e un po' ai margini».

«Questo perdersi e ritrovarsi in una serie di suite vista veronica» di Oliver Scharpf si legge sicuramente per il gusto di inseguire il dettaglio, l'appiglio referenziale, il rimando, ma anche per la libertà che accompagna questo piacere, quella che permette di accantonare per un attimo le gerarchie culturali: vi si intrecciano infatti cultura popolare «abebe bikila che corre scalzo in quella magnifica notte di roma»,  memoria collettiva, «il babao nella lavatrice della zia ilda», e memoria individuale, attinta sia alla vita vissuta, sia alle scorribande visionarie. Girarsi in veronica, per l'autore, «è esistere ed estinguersi totalmente in una scrittura di desiderio e di ricordo». Compone infatti questo materiale anche tutta una serie di ricordi, di memorie di diverso grado evocativo, dai più comuni («e allora la grande veronica è uno di quei posti segreti del cuore tipo / una piazza sconosciuta di roma, una panchina nascosta di un parco, / un determinato ristorante di parigi») ai più letterariamente, o cinematograficamente omaggianti: «è per sharon lipschutz» e di riflesso per J. D. Salinger,  «è per le altalene abbandonate in qualche parco giochi in scandinavia» forse pensando ad atmosfere bergmaniane.

La grande veronica si inserisce, dal punto di vista del materiale poetico, nel solco degli Uppercuts. Delle precedenti raccolte vengono infatti recuperati, tra i molti altri motivi, il fosbury, i cocktail, i bordi piscina, le hostess, gli haiku, i vicoli di Trastevere, e i «ciliegi visti da un treno», ma soprattutto vi si rielabora il concetto di “colpo unico” sportivo come metafora esistenziale. Per una breve incursione tematica che esemplifichi la filiazione ed insieme lo scarto tra la produzione 2004-2007 e il nuovo libro, si potrebbe ripartire proprio da un vecchio Uppercut. Dove è già presente uno dei tanti motivi ripresi e declinati con maggior forza, in questo caso direi anche in modo più articolato, in quest'ultima pubblicazione. Vediamolo, era il n°33: «dalle parti della stazione termini / un barbone sanguina di brutto / dall'occhio sinistro. / una donna uscita dal mecdonalds / gli porge un tovagliolo di carta. / ma ve la ricordate veronica / quel venerdì lì di passione? / ecco, uguale» (La durata del viaggio dell'oliva dal martinicocktail, p. 43). L'istanza femminile già presente dunque, in una scena in cui spicca però anche l'occhio ferito. I riferimenti al senso della vista, nel nuovo libro, si registrano in praticamente tutte le stanze del poema. Già in copertina lo sguardo leggermente alzato, di Gabriela Sabatini catturata nello sforzo del gioco, quasi in attesa dello svelarsi di un disegno, sembra anticipare la centralità del motivo.

Lo sguardo, gli occhi, la vista trovano declinazioni che attraversano una miriade di campi semantici, «finché questi versi non lascino la pagina per ficcarsi in sorte di sguardo», «è il segno inciso sugli occhi», «la rotta per le pupille di santalucia attraverso i polpastrelli», «è per gli accecati anzitempo», e fermano in fotogrammi momenti, sensazioni, epifanie preziose e forse irrecuperabili, non importa se della misura del dettaglio quasi millimetrico, basta che esso «sveli»: dalla struttura del whiterussian davanti al camino, alla narice della moglie di Connors avvistata sulla copertina di un Playboy del 1976. Diversi poi i richiami al cinema, alle arti visive: dai «pianisequenza», ai «dolly», alla «polaroid che diventa panorama», e gli avvistamenti più privati: da Halley «su youtube stoni come cammelli», ai fenicotteri intravisti una notte a Milano. La veronica, vera icon, insomma, come «una sconfinata carrellata lenta di sconfitte e conquiste» e che si incarna anche in dettagli al limite del reale, al limite del bello, al limite tout court: «è il belvedere da una sedia d'arbitro arruginita alla periferia di berenice». Il lavoro del poeta, invece «è scrivere a rotta di collo questa notte d'autunno perché quel gesto  / sia messo in scena di continuo attraverso la trama di un colpo di tennis». L'urgenza di dire, combinata con il desiderio di dilatare l'istante ad oltranza.

Revue de presse (sélection)

«Allora dove stanno i colpi ad effetto? In fondo sono intrinsechi alla vita stessa, sono quella serie di occasioni, luoghi ed immagini che fanno in qualche modo sentire speciale ognuno di noi e che vengono qui fotografati attraverso una scrittura larga e densa di particolari, quasi barocca (ma nel senso buono e "splendente" del termine)» (Matteo Fantuzzi, «La Voce di Romagna», 28.10.2012).