Critique

par Pierre Lepori

Publié le 04/03/2013

La prima cosa che colpisce, leggendo e rileggendo queste ballate di Daniele Bernardi, è la fluidità sonora, rapsodica e fugata, del dettato: l’autore applica una misura musicale raffinata, giocata su allitterazioni e rime interne e sulla trasparenza di una lingua piana e comunicativa; capace però di impennate verso l’alto («Era / un tempo di ristagni e folgorazioni», «e la pioggia fine / cerimoniosa come incenso») e verso il basso («fuori dai gangheri», «fumava di brutto»). Nei sussulti di un mondo pedinato da una «lingua fratta», quasi franante, l’autore insegue il movimento cinetico della poesia-mondo di Cendrars, in cui non è raro che si dipanino sequenze di luci e suoni: «L’asfalto è raschiato dal ruggito fioco / di un tram diretto al deposito. Il rossore / dei semafori bagna ad intermittenza strade / e mucchi di vetture allineate lungo i ponti».

Ma chi volesse scorgervi il segno di una poesia neorealistica scoprirà ben presto che un io-lirico costantemente appostato (e meta-poetico) percorre le pagine di questa breve e matura plaquette. Un io laterale, volutamente minoritario, che si appoggia alla categoria – forse un poco romantica – della «negritudine», che si sente «come un cane su un viale»; teso a solcare a suon di clangori deittici una realtà più sfuggente e dubbia di quanto appaia di primo acchito. La parola cerca di «esplodere come un ordigno» e la poesia è un «arto morto con cui ci si cimenta in battaglia».

Il catalogo del reale – enumerativo, alla maniera di Sanguineti – perlustra un mondo in cui «tutt’intorno la gente parla. Si incontra. Si fregia / di chiacchiere e noia». Come in un looping egotistico che mette fianco a fianco l’io e il mondo, senza pacificarli, ma con la necessità profonda di dar voce, agire, sgranchire: «Adesso mi alzo / e non mi faranno più male i muri ». Su tutto, la consapevolezza di una generazione in parte disillusa: «Oltre il limite risibile del secolo / scorso con uno sguardo incredulo. E / non più, certamente, euforico».

Revue de presse (sélection)

«Verso l'esistenziale e la fenomenologia del comportamento soggettivo, còlto in particolare nelle sue occorrenze corporee e pulsionali, sembra indirizzarsi il discorso poetico di Daniele Bernardi in Ballata/e degli alberi solitari [...]. "Chiamerò Ballate questi canti", scrive l'autore, per informarci che non esiste una vera e propria soluzione di continuità tra le folte lasse poetiche a loro volta ripartite in due sezioni. Di più: come per un processo naturale, ogni componimento tende a convergere verso un organismo unitario: ecco l'Albero di ballate» (Gilberto Isella, «Giornale del Popolo», 15.12.2012).

«Ballata/e degli alberi solitari di Daniele Bernardi [...] racconta con versi densi, a tratti ipnotici, e onestamente scoperti, un cammino esistenziale volto al riconoscimento di una parola che è «ancora l'arma della lotta», in un mondo – sia esso interiore o condiviso – che è dei più rovinosi» (Roberta Deambrosi, in «Viceversa Letteratura», n. 7, 2013).