Vergine giurata

Elvira Dones

Hana abbandona gli studi universitari per tornare a vivere sulle montagne del Nord dell'Albania, nella casa dello zio che l'ha cresciuta dopo la morte dei genitori e che adesso è vedovo e malato. Un atto d'amore e di gratitudine che assume i tratti di uno spaventoso olocausto di sé quando Hana, che si rifiuta di accettare il matrimonio combinato pensa che l'unico modo per risolvere i suoi problemi sia diventare una Vergine giurata: una di quelle donne, cioè – la cui esistenza è prevista dal Kanun albanese –, che a un certo punto della propria vita decidono di farsi uomini e di rinnegare la propria femminilità…

(Quarta di copertina)

Recensione e intervista con Elvira Dones

par Pierre Lepori

Publié le 04/01/2008

Tanto ci aveva deluso l'ultimo libro pubblicato in Italia da Elvira Dones (Bianco giorno offeso, Interlinea, Novara, 2004), tanto questoVergine giurata (Feltrinelli, 2007) solleva il nostro (quasi) incondizionale entusiasmo. Si potrebbe forse interrogarsi sul rapporto felice (o meno) tra le varie lingue di scrittura: Bianco giorno offeso era infatti tradotto dall'albanese a cura dell'autrice medesima, mentreVergine giurata è per la prima volta composto direttamente in italiano dalla scrittrice d'origine albanese, attualmente residente tra la Svizzera Italiana e gli Stati Uniti (segnaliamo inoltre che, nella traduzione di Rovena Troqe , Interlinea ha appena pubblicato una precedente opera della Dones, Il mare ovunque).
Nel primo caso: un'eccessiva scorrevolezza della traduzione italiana (nel timore di non essere sufficientemente aderente alle regole di buona condotta sintattica), aveva forse appiattito una storia estremamente segnata dal sentimentalismo? Ed ora invece, con il nuovo romanzo, una più chiaramente assunta screpolatura profonda della lingua di scrittura (non materna ma scelta, con tutte le implicazioni intime e stilistiche correlate) ha portato il tracciato narrativo ad arroventarsi, evitando il rischio di cadenze da sceneggiato?
Impossibile, nella nostra ignoranza della lingua di Kadaré, verificare la prima ipotesi. Nel secondo caso, ci appare invece ben chiaro che Vergine giurata – oltre che da una struttura romanzesca articolata e calibratissima – è percorso da un calore stilistico capace di giocare sugli sfasamenti linguistici. Non vi troviamo in questo senso solo spie lessicali (l'uso ricorrente del vocabolo “spalmato”, gli occhi che “perforano”), ma anche inattese impennate metaforiche (Shtjefën “sorride, un po' orso un po' farfalla”, Hakia “ha occhi da albero in attesa del colpo d'ascia”), nonché una sintassi mobilissima, frequentemente paratattica, invasa da dialoghi vividi e al contempo perfettamente realistici. Una lingua semplice e duttile, che aderisce agli stati d'animo della protagonista e che sa incuneare nel realismo – coerentemente con il carattere del personaggio – passaggi più lirici o direttamente ispirati alla poesia.
Siamo partiti dalle constatazioni stilistiche e non è un caso. Il romanzo potrebbe infatti cedere alle insidie di un eccesso di psicologismo, finanche (nella parte finale) di buonismo. Ma questa tendenza è tenuta a bada dalla sapienza compositiva, che ci consegna la storia a piccoli strappi, per soprassalti, in un ottimo equilibrio tra gusto narrativo e ambizione al mistero. Tutta la trama è costruita sul gioco delle ambiguità: Hana Doda è una ragazza sensibile e appassionata di poesia, ma la società cocciutamente retrograda da cui proveniente non le prospetta altro che un matrimonio forzato e un ruolo subalterno che non è disposta a subire. Tanto più quando è confrontata con la malattia e la morte dell'amatissimo zio (e con l'impossibilità per una donna di recarsi da sola a cercare i medicinali in città). Sceglie allora l'unica via d'uscita che le consente il Kanun, il codice d'onore delle montagne al Nord dell'Albania, ove Vendetta, Besa (parola d'onore), e Famiglia patriarcale sono le arcaiche leggi di un popolo rudemente provato dalla storia e dalla natura: Hana decide di vestire panni maschili (diventando Mark), imbraccia il fucile e diventa una vergine giurata. Un rifiuto, dunque, il suo, ma anche una prigione.
La brillante idea della narratrice è però di raddoppiare questo rifiuto: il romanzo si apre infatti nel momento in cui Mark decide di ritornare ad essere Hana, fugge in America invitata da una cugina espatriata, percorre un cammino che è al contempo rivolto al futuro e all'elaborazione del passato. Le forme sociali subite/scelte dalla protagonista si riflettono dunque nella forma stessa del romanzo, che ci permette di avvicinare la vicenda tenendo aperta la fenditura dell'ambiguità.
Solo nel finale – nell'incontro con l'uomo (un uomo buono della bontà quasi incredibile) – Elvira Dones lascia un po' più libere le briglie della commozione ed alcune scene sono profondamente toccanti ed emozionanti. Ma corre anche il rischio di stemperare il grido di ribellione della sua protagonista in una pacificazione più ottimista e appassionata. A questo livello si situano allora le nostre riserve al romanzo (al suo finale), poiché la profonda radicalità d'approccio che sovverte le coordinate del maschile e del femminile finisce per perdere la sua potenza nel momento in cui la protagonista sembra quasi conformarsi al sogno di un principe azzurro che le renda la femminilità. Come se anche quel sogno non fosse profondamente segnato dalle coordinate culturali che irrigano i nostri corpi. Ma “ Un corpo è sempre rivoluzionario ” affermava Pier Paolo Pasolini “ perché rappresenta l'incodificabile. E' in esso che viviamo le situazioni codificate - vecchie e nuove - rendendole instabili e scandalose ”.
Queste riserve nulla tolgono alla potenza drammatica di Vergine giurata : in fondo, forse, il percorso ad ostacoli che ha condotto il lettore fino alle ultime pagine – perfettamente sillabato da un libro all'unisono colla protagonista e il suo dolore – merita un caloroso (anche se “ingenuo”) happy end.

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Vergine giurata è il suo primo romanzo scritto direttamente in italiano: quale molla interiore la spinge a scegliere l'una o l'altra delle due lingue (e c'è una reversibilità)? Qual è il rapporto tra l'interiorità del personaggio e la lingua con cui lei lo esprime? Quale differenze ha percepito tra lo scrivere in albanese e in italiano?

Credo che dentro di me si sia creata una specie di terra di mezzo , un'isola riservata solo a ciò che è il mio lavoro letterario. Le storie dei romanzi nascono quindi dentro quella terra, animate da una logica tutta loro, una vita dipendente da me e al contempo staccata. A volte mi chiedo perché quel tale personaggio parla con quel ritmo e usando quel linguaggio, o perché - riallacciandomi alla sua domanda - Vergine giurata sia nato in italiano. Non sempre ho una risposta, e nemmeno mi preme averla. Vivo usando quotidianamente la lingua italiana da diciannove anni, mi ha lentamente e inesorabilmente invasa, poco a poco, come fosse un mare. E' strano: non ricordo più quando ho iniziato a parlare in italiano, ma so che non faccio più un sogno in albanese nemmeno se le persone e gli eventi nel sogno appartengono alla mia terra d'origine. Scrivendo Vergine giurata ho capito che la lingua in cui mi esprimo non condiziona più il ritmo o il profilo dei personaggi. Erano alcuni anni che pensavo di scrivere direttamente in italiano. InVergine giurata mi erano chiare le atmosfere degli eventi, il profilo del personaggio principale, e alla trama ho cucito addosso le parole in lingua italiana. Fortunatamente ci sono pochissime differenze nella sintassi delle due lingue, mentre laddove né l'italiano né il mio albanese potevano esprimere con pienezza, ho lasciato l'espressione nel dialetto ghego, la lingua dell'Albania del nord, precisa e senza sbavature come un coltello ben affilato, più vicina al tedesco o all'inglese, per esempio.

Nel 1996 lei ha tradotto dall'albanese all'italiano le poesie di Ismail Kadaré ( Le spiagge d'inverno , Dadò, Locarno), quanto ha contato per lei questa esperienza di traduzione?

In Albania avevo iniziato a tradurre molto giovane, provando con Ibsen, Lorca, Virginia Wolf, ed erano state esperienze molto felici e arricchenti. Certo, nel caso di Kadaré era la prima volta che traducevo dalla mia lingua materna alla lingua adottiva. Mentre lavoravo su Le spiagge d'inverno avevo già pronta la prima stesura del mio primo romanzo, ciò che mi confermò che – più che tradurre – io amavo scrivere. Questo senza nulla togliere al fascino, alla bellezza – e alla grande difficoltà – della traduzione.

Anche Vergine giurata è tutto intessuto di sottili riferimenti alla poesia: la protagonista è un'appassionata lettrice, ha vissuto per anni più in compagnia dei poeti che degli uomini, componendo a sua volta bislacche poesie; alla fine scrive la propria storia e Patrick definisce questa “autobiografia” un romanzo (quasi un doppio del romanzo che noi leggiamo). Sente una differenza fondamentale tra questi due generi e come la definisce? (Lei stessa scrive o ha scritto poesie?)

Ho scritto molte poesie, e ne avevo pubblicate alcune prima di lasciare l'Albania. Da giovanissima avevo l'impressione che la poesia fosse più ospitale, più accessibile. Associavo l'esiguità delle parole e delle pagine della poesia alla facilità di scrittura. La prosa mi intimidiva molto: la costruzione della trama, il controllo dei ritmi e dei pesi narrativi mi sembravano una meta inarrivabile.
Oggi la poesia continuo a tenermela stretta al cuore: è sovente la mia ultima lettura notturna, una poesia di un autore a me caro, o di poeti “minori” Stanno sempre sul comodino, una scorta che non può mai mancare.
La poesia appare più severa : un ritmo sbagliato, una virgola di troppo, ed è già una poesia abortita. Ma la narrativa è altrettanto esigente: si direbbe che in una frase o in una pagina ci sia più margine di errore, che la quantità delle parole possa perdonare qualche sbavatura. Invece no. In qualsiasi forma d'arte, il valore sta nell'equilibrio tra parsimonia e ricchezza, tra abilità tecnica e immediatezza comunicativa. La necessità del giusto equilibrio vale, in egual misura, nella poesia come nella prosa.

Nella parte centrale del romanzo, la descrizione delle dure condizioni di vita dei montanari nord-albanesi – nonostante la sua chiara contrarietà alle leggi arcaiche ed oppressive – lascia trapelare una tenerezza tutta particolare per questa terra, maltrattata e abbandonata. Quanto è vivo per lei questo legame e quanto è importante, nel momento in cui scrive (e prende anche una posizione “pubblica” rispetto alla sua terra d'origine)?

La seconda volta che misi piede nell'Albania del nord, rimasi folgorata. Io ero nata e avevo trascorso la prima gioventù nell'Albania comunista, nella capitale Tirana, a pochi passi dal mare. Ai tempi gli albanesi non potevano viaggiare nemmeno nel loro stesso paese, non c'erano i mezzi per spostarsi liberamente, e il turismo era inesistente. Noi avevamo in testa solo una sorta di Albania virtuale, la geografia fisica era un concetto remoto e di scarso interesse. Era una questione di sopravvivenza psicologica: meno viaggiavi con la mente, e meno ti sentivi soffocare nella grande prigione in cui ti avevano segregato. Per spostarci possedevamo una bicicletta cinese monomarcia. L'auto privata era proibita.
Quando mi recai per la prima volta nei monti del nord, a 24 anni, come interprete per un ristretto gruppo di stranieri, colsi ben poco della vera bellezza dei luoghi. Ma la seconda volta rimase dentro di me un silenzio che mi sono portata appresso fin quando ho finito di scrivere Vergine giurata. Non era una questione di semplice splendore paesaggistico: una come me, che ha come seconda patria la Svizzera, ha già avuto modo di inebriarsi col fascino straordinario delle alpi.
L'Albania del nord possiede una bellezza struggente che le deriva dalla sua secolare, rarefatta, sobria sofferenza. I personaggi diVergine giurata - Hana Doda, suo zio Gjergj Doda e gli altri - erano semplicemente lì , e lo sono tuttora. Ho trascorso in tutto tre mesi su quei monti, e quella straordinaria, parsimoniosa ed eloquente bellezza è ancora nei miei occhi.

La storia intensa e lacerante di Hana è condizionata dalla legge implacabile del patriarcato: due sono i modi ch'ella sceglie per sfuggirvi: la trasformazione in Mark (dolorosa via di salvezza provvisoria) e la fuga verso l'America. L'istinto di fuga è l'unica salvezza per non soccombere al peso delle tradizioni? Qual è oggi il suo rapporto con l'esilio?

Diciannove anni fa, quando lasciai la mia terra, io diedi un taglio netto. Fu un dolore atroce, ma allora non c'era altra opzione oltre la fuga... Hana Doda ha trentaquattro anni anni quando lascia le Montagne Maledette, e trentaquattro anni vissuti nell'Albania del nord, se non ti fanno morire anzitempo ti fanno senz'altro maturare molto. Hana soppesa parole e gesti, tratta con grande cautela aspettative e illusioni. Vuole inserire una distanza fisica tra se stessa e i monti che ama profondamente. E' la sua ribellione ponderata, con lucida e tranquilla cocciutaggine. Non aspira a grandi cose, vuole solo riappropriarsi del suo corpo, e sa che i monti - nonostante l'amore che lei prova per loro - non possono darle questa libertà tanto elementare.

Il lungo percorso di Hana la porta alla ricerca – dopo il suo trasferimento a Washington – di una femminilità perduta (almeno in superficie); sembra quasi, alla fine, che questo ritrovamento non sia possibile che tra le braccia di un uomo. Eppure Hana è stata anche Mark, è stata per lungo tempo un uomo sulla sua pelle. Quanto questa ambiguità di fondo è per lei importante (nel romanzo e nel rapporto uomo/donna)?

Dopo avere consegnato il dattiloscritto del romanzo, sono andata a incontrare le vere vergini giurate dell'Albania settentrionale. Hana l'avevo inventata, sì - infatti già riposava nei cassetti della casa editrice Feltrinelli a Milano - ma un giorno mi sono trovata davanti un personaggio reale molto simile a Hana. Gli stavo dietro da giorni, qualcuno nella zona di Tropoja mi aveva detto che un tale autista nel tale villaggio era una vergine giurata. Quando finalmente riuscii a sedermi al tavolo con lui/lei, mi sembrò una mezza vittoria. Ma quando un'ora dopo iniziò a raccontarmi con riluttanza la propria storia, io non credevo alle mie orecchie... Sono ancora in contatto regolare con lui/lei. Ha una sorella in America e vuole lasciare l'Albania per poter – finalmente – vestirsi da donna e fare, se possibile, una vita da donna. Ha 50 anni, non si fa grandi illusioni, ma vuole andare fino in fondo alla propria decisione: smettere i panni da uomo e riappropriarsi della propria esistenza femminile. Sono felice di averla incontrata, credo che farà sempre parte della mia vita. In questo momento, lassù al nord, si sta lasciando crescere i capelli. Quando le ho chiesto al telefono: “Ma poi che cosa succederà?” mi ha risposto: “Un passo per volta...”.