L’oblio sotto la pianta

Massimo Daviddi

Il barone di Münchausen che cerca di emerge da una trappola di fango tirandosi su per i suoi stessi capelli: è questa l'immagine proposta da Giovanni Orelli nella prefazione per riassumere la nuova raccolta di poesie di Massimo Daviddi. Poesie in versi, ma soprattuttopoesie in prosa, ovvero brevi, folgoranti "prose ritmate". I fili che legano questi testi sono quelli eterni dell'amore e della pietas per chi soffre, cui si aggiunge un bisogno quasi ossessivo di interrogare il male, la malattia, di scavare con le unghie nella terra per disseppellirne il senso, le ragioni profonde. Ancora dalla prefazione: "dietro "gli aspetti più brutti e ciechi della realtà" si nasconde, o cerca di nascondersi, il settenario che è un po' la spia di un desiderio struggente della grazia. Settenario come punto di fuga". Il che non significa allontanarsi né dalla vita di tutti i giorni né dalla Storia.

(Quarta di copertina)

7 domande a Massimo Daviddi

par Pierre Lepori

Publié le 05/06/2005

Massimo Daviddi, leggendo il suo libro, devo ammettere, mi sento un po' a casa, dal profilo tematico e stilistico. Lei sembra appartenenere a una sorta di "costellazione" poetica italiana che ha il suo baricentro - in L'oblio sotto la pianta in modo assai evidente - in Fabio Pusterla e Umberto Fiori, oltre a una serie di poeti della loro generazione (Antonella Anedda, Milo de Angelis) ed alcuni della generazione seguente (Stefano Raimondi, Stefano Massari, Giancarlo Sissa). È una poesia umanistica, fortemente ancorata nei luoghi, nel quotidiano, che attraverso una continua interrogazione (che va dallo scavo dell'umile agli orrori della condizione umana), trasforma il verso in un luogo di incontro e scommessa civile (pur non abdicando, tuttavia, alla musicalità della versificazione, anzi con un riferimento preciso alla tradizione manzoniana e pariniana). Non si tratta di una corrente, ma quasi di una comunità (fatta di amicizie e sotterranee vicinanze, ma non di dichiarazioni perentorie di poetica, salvo forse l'appello a una sabiana "poesia onesta"), che rifiuta in modo abbastanza evidente sia lo sperimentalismo tecnicistico, sia un troppo rigido rispetto della tradizione. Si riconosce in questa movenza? Fino a che punto crede che un poeta compia un cammino solitario, fino a che punto è invece importante/stimolante una sua appartenenza all'epoca e alla comunità (dal profilo poetico)?

I poeti che cita fanno parte di quella comunità che sento prossima per le cose che lei chiama "vicinanze anche sotterranee", in particolare l'autore che per primo mi ha toccato da vicino, casualmente, è Fabio Pusterla; ho letto Le cose senza storia da mia moglie, teneva il libro sul comodino; circa dieci anni fa stavo iniziando a scrivere senza particolare attenzione alla scrittura, un giorno prendo questo libro e lo leggo, sento assonanza di temi e immagini, inizio una consonanza ideale che sento forte ancora oggi. Per quanto concerne il rapporto tra il proprio cammino e l'epoca che viviamo, credo sia inestricabile nella scrittura come nella vita, l'unicità della nostra voce, la sua irriducibile presenza procede di pari passo con l'appartenenza al mondo, all'essere con.

Una parte del suo lavoro poetico è dominato da atmosfere cupe, in cui la presenza dell'acqua è molto forte, molto importante. Nella seconda sezione - Il dolore - prende il sopravvento un immaginario di fuoco. A queste "vene" elementari (in cui l'influsso di Pusterla mi sembra importante), sono però contrapposte sprezzature più volutamente prosastiche, con la presenza di oggetti del quotidiano (addirittura un bidè), della gente comune oppure delle prostitute. Si può dire in questo senso che il suo linguaggio è segnato da un'atmosfera "cittadina", più brusca?

In questa scrittura, l'acqua è elemento che pone un intreccio tra l'esistenza, il corso degli anni, le apparenze ed il reale che coesistono in una sorta di mutua assistenza; è passaggio tra le nostre esperienze. Il fuoco che lei ricorda come traccia determinante nella seconda sezione, "Il dolore", diventa rapida dissoluzione, brucia, risolve, quanto almeno i tempi della decisione del suicidio di Silvana; in sé porta l'orrore delle cose che non si distinguono piu', una dissoluzione del corrotto e del corpo ormai vissuto come luogo estraneo, impraticabile. Rispetto agli oggetti del quotidiano, (bidè, ecc.), alle persone comuni, ai luoghi domestici e pubblici, la mia appartenenza a Milano credo sia decisiva, sono cresciuto da bambino tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio degli anni sessanta, in questa città allora, unica…

Nella sua biografia lei indica Chiasso, Mendrisio e Milano come suoi luoghi di residenza. Recentemente, nell'antologia Das Gewicht eines gewendeten Blattes - Il peso di un foglio girato. Gegenwartslyrik im Grenzraum Schweiz Italien (Limmat Verlag, 2004), in cui lei è tradotto, Jacqueline Aerne mette in valore la presenza della frontiera nelle opere dei poeti ticinesi e alto-lombardi. Quale valore ha, per lei, il passaggio tra Svizzera Italiana e Italia; ha un influsso sul lavoro poetico in quanto tale il paesaggio circostante (così come lo aveva per la "linea lombarda")?

Non credo che la frontiera in sé, almeno per quanto mi riguarda, sia elemento decisivo, almeno se non per quello che di frontiera si è prodotto molto prima di una frontiera visibile, geografica; la mia prima esperienza, decisiva, sempre a Milano, è stata quella tra il balcone del settimo piano ed il naviglio che scorreva sotto, allora scoperto e con una giungla continua di cose, animali, colori. Guardavo sempre sotto, non capivo dove ero, cosa fosse quel mondo circostante, quel modo di vederlo. Da allora, anche la frontiera rispecchia questo clinamen, un'idea di vita dove o si è sempre prima o sempre dopo, comunque; ma in questo c'è forse una speranza, la ricerca di punti per fermarsi almeno un attimo, delle fessure possibili.

Questa geografia italo-ticinese sembra rivolta e indirizzata completamente verso sud: trova rispondenze, consonanze o impressioni forti anche guardando a Nord, in Svizzera e oltre?

Sì, anche guardando a Nord, a volte molto; purché non si pensi, (io pensi), che li' sta il Nord o per contrario che tutto quello che scorre in opposta direzione, sia Sud, il Sud.

Il suo lavoro poetico è fortemente nutrito da un sentimento civile, dalla volontà di confrontarsi con la contemporaneità, anche nei suoi aspetti triti o brutali, nonché con le grandi emozioni collettive (dal Vajont all'agonia di Alfredino in un pozzo a Fiumicino). Mi resta un dubbio di fondo - più che altro una paura. Il linguaggio poetico ha veramente presa su questa realtà, fino a che punto la può dire, contenere, (curare)? E, soprattutto: come fare per evitare a se stessi il narcisismo di una "poesia impegnata", buona ad ogni costo? La nostra posizione occidentale e decisamente privilegiata non rende in fondo un poco sospetto lo scandalo espresso in forma poetica, o indiscreto il nostro trasformarlo in versi?

Quando parlo di Alfredino o del Vajont, non lo faccio con una tensione prevalentemente "politica", almeno in senso fortiniano; piuttosto mi interessa la storia, il ricordo, attraverso un tratto estetico. Ad esempio, gli adulti sono responsabili di avere lasciato un buco terribile, aperto, dove giocavano dei bambini. Perché? Come è potuto succedere? Cosa vuole dire questa incuria? Perché, nonostante le avvisaglie serie e documentate, non si è fatto nulla per evitare il disastro della diga? Cosa è la superficialità? Forse, l'idea di una scrittura sull'oblio, passa per questo processo di rimemorazione continua e dissolvenza successiva, stare e uscire, riprendere.

Nell'introduzione a L'oblio sotto la pianta, Giovanni Orelli mette più volte in evidenza la tensione dei suoi versi verso la prosa. In realtà, il suo libro ci accoglie con poesie dalla forte musicalità, che non disdegnano l'allitterazione e il ritmo pulsante; poi, a poco a poco, i versi si distengono, disvolgendosi quasi fino alla prosa poetica. Quale valore ha per lei il ritmo, la metrica, in questo contesto? Si riconosce in una poesia che vuole prendere in contropiede - almeno stilisticamente - la tradizione della versificazione italiana? Oppure crede in una sostanziale parità di valore del discorso in prosa o in prosa-poetica? E hanno ancora, queste distinzioni, un senso: se sì, in che modo, se no, perché scrivere ancora poesia, a quel punto?

La sua osservazione, mi induce a non ricercare distinzioni sul valore o sull'efficacia del discorso in prosa o in poesia; tutto dipende dalla qualità e dalla struttura del discorso. Sono d'accordo con lei quando vede nella mia poesia più elementi poetici che non "versi verso la prosa"; credo che per me non ci sia cosa al momento piu' distante che la prosa in sé, il movimento, lo ricordava nella sua domanda, è quello che va da versi musicali, rapidi, ad un'estensione in cui è costantemente presente il timbro poetico, quindi stilisticamente agisco dentro due aree non disgiunte anche se differenti. In fondo la tradizione italiana è un'area vasta, ad esempio un autore che amo molto e leggo di continuo è Attilio Bertolucci, trovo nella sua struttura poetica molte cose che sono legate ad un tratto montaliano, allo stesso tempo lontane da questo.

Una serie di epigrafi, ad apertura delle varie sezioni del suo libro, rendono omaggio ad alcuni grandi nomi della letteratura italiana e mondiale: con una netta predominanza di narratori! Antonio Tabucchi, Ian Mc Ewan, Fulvio Tomizza, Claudio Magris, Peter Handke. Può indicarci invece le voci poetiche (non solo italiane) che l'hanno influenzata?

La predominanza penso sia dovuta ad un approccio culturale orientato a cercare nei narratori dei punti di convergenza sul piano poetico, sul piano culturale. Voci poetiche che sento toccanti e importanti sono quelle di Tony Harrison e Durs Grünbein, per la vastità e al contempo, essenzialità dello sguardo.

Revue de presse (sélection)

«La raccolta di Daviddi (L'oblio sotto la pianta) è innanzitutto, va detto, un'opera di grande compattezza, divisa in sezioni caratterizzate sin dai titoli – Il dolore, L'oscurità, L'inverno – da toni cupi e dalla scelta di indagare i recessi più oscuri dell'animo umano e del mondo animale ("La natura del male" scrive Giovanni Orelli nell'Introduzione "poteva anzi fare da titolo al libro"). Leggendo e rileggendo questa raccolta, ci siamo convinti che le nostre perplessità nascano proprio da qui, da questa volontà di riflettere sul male (a partire da fatti di cronaca e dai destini tragici di amici cari, ma anche grazie a metafore o considerazioni più generali) secondo una scelta che è stata fatta un po' "a tavolino". La grande coerenza tematica di questo libro risulta quindi, a ben vedere, anche il suo handicap, accostando indistintamente differenti forme di male: il suicidio di Silvana (che occupa la seconda sezione) è cosa ben diversa, per intenderci, dalla morte per infarto di un edicolante, e un ragazzo che cade in motorino "perdendo sensi e vita" non ha molto a che spartire con "il quieto sonno dei padroni" (pag. 60, a conclusione di una poesia che era partita benissimo, con la bella metafora della tende che proteggono la casa dalla luce del sole e dall'oscurità della notte). C'è insomma il dubbio che certe indagini siano nate un po' gratuitamente, affrontando il tema del male senza una reale necessità di fondo – si legga a pagina 58: "In genere è alle spalle che l'uomo uccide la donna, / nascosto attende che lei entri nell'appartamento / poi la trafigge mettendole la mano sopra la bocca, / uscendo dal buio". Daviddi è senz'altro bravo stilisticamente, conosce il linguaggio poetico moderno e dà il meglio di sé sui fronti opposti della cantilena e della poesia in prosa (la proposta di Orelli, di leggere anche le prose alla luce delle cantilene, è sicuramente suggestiva, ma non del tutto utile ad avvicinare un libro così complesso). Manca invece il momento centrale – diremmo della "cristallizzazione lirica" – che occupa quasi solamente la prima sezione. Cristallizzazione lirica che, di per sé, non è strettamente necessaria, ma che in Daviddi si vorrebbe più presente proprio per il confronto con Pusterla (si legga la stupenda Deposizione di Folla sommersa, un piccolo "classico" di polemica civile – e di indagine sul male – che non disdegna un richiamo al Pontormo). Concludiamo con uno dei testi più riusciti di Daviddi, un'efficace immagine che vuol essere anche una riflessione sullo scrivere poesia: "Non si dovrebbe vedere ciò che non si è mai visto, / sognarlo, immaginarlo vero o stato. // Cavalli uccisi sopra quel prato, / aprono ali in modo smisurato"» (Pietro Montorfani«Giornale del Popolo», 11.06.2005).