Racconti

Angelo Casè

“Guarderanno assieme dietro le ultime case del paese, dove il fuoco per secoli ha divorato boschi e prati e malghe. Lui capirà, finalmente, come il suo carattere permaloso e irascibile sia stato formato, una sera di marzo, quando la vita pareva una festa ed era soltanto la vigilia di un dolore. Si guarderanno, madre e figlio, con occhi più lucidi: alla finestra, saranno due ombre nella luce violenta del giorno nuovo, due creature come ce n'erano state migliaia prima di loro, come ce ne saranno migliaia dopo, di là dalla morte che una valle come la loro poteva ospitare”. C'è da parte dell'autore di questi racconti, rimasti troppo a lungo in un silenzio immeritato, una continua proiezione di sé medesimo e dei propri ricordi infantili sullo sfondo dolente di un mondo rurale e contadino, quello della Valmaggia, ora amato visceralmente ora sentito come fuori della storia.

Il paese dolente

par Roberta Deambrosi

Publié le 10/02/2011

Angelo Casè, locarnese di origini valmaggesi, nato nel 1936 e scomparso sei anni fa, è noto forse più per le raccolte di poesia, da I compagni del cribbio , pubblicato da Mondadori nel 1965, al postumo Taedium Vitae del 2005, nonostante abbia esplorato molti ambiti della produzione letteraria, dalle monografie d'artista al romanzo e ai racconti per bambini. Ecco allora che i quattro racconti scritti e inizialmente pubblicati in altre sedi tra gli ultimi anni Sessanta e la fine degli anni Settanta, oggi riuniti nel volume edito dalle Edizioni sottoscala, costituiscono un'interessante complemento alla produzione di Casè. Il più datato, L'età del tic , apparso nell'Almanacco ticinese del 1967, inizia con una dichiarazione che è quasi sentenza, formulata dal sellaio Junghi: “La riva del lago è lunga come un pensiero di cavallo, per uno che è solo. Quando il cavallo guarda fisso, stronfia d'in alto in giù movendo appena il barbozzo, la criniera: battendo secco lo zoccolo, quasi segna i minuti. Allora il cavallo pensa”.

L'animale associato al pensiero e ad un ritmo ripetitivo, torna nel terzo racconto Non basta la vita intera che con gli altri due rimanenti – Il dolore di uno In un fosso, all'Ardenza – era già stato pubblicato in un volume edito da Cenobio nel 1978, La lunga memoria : “Vedi, la via delle colline è lunga come il pensiero del mio cavallo” dice al protagonista il Nando, alter ego dello Junghi. Nei quattro racconti non rimbalzano solo, da un testo all'altro, figure – il sellaio, la madre, la donna abbandonata – ma anche intere locuzioni, episodi cruciali – il padre scomparso in un incendio – e motivi, come quello della paura di una morte improvvisa, o quello del dolore fisico cronico. L'età del tic si sviluppa in due parti: la prima, leggermente più lunga, racconta al presente di una passeggiata introspettiva in riva al lago, dove l'io narrante intavola un' inquietante conversazione con un altrettanto inquietante personaggio, tal Vicredione, proiezione di un suo malessere o personaggio in carne ed ossa, non sarà dato sapere. La seconda parte narra di una visita alla madre avvenuta qualche giorno prima. La concatenazione si fa attraverso il passaggio metaforico lago > acqua > madre. La visita è l'occasione, ripetuta e dolorosa, di ripercorrere il lutto per la morte del padre, scomparso in un incendio sul Monte Tabor, nonostante l'impossibilità per ambedue di esprimerlo a parole, tanto che da quindici anni il protagonista è in preda ad una tristezza inguaribile. Da quel giorno tragico, sulle colline che coronano la riva di un ipotetico lago prealpino – i nomi dei luoghi nei racconti sono immaginari, ma portano nella loro sonorità e morfologia l'impronta regionale riconducibile alle coste lacustri e le valli del Verbano – non piove più e il territorio è in preda ad una lunga siccità: “non soltanto sul paese ma dentro di me, un'afa indicibile”.

La siccità, gli incendi, le alluvioni: la natura è ostile nella prosa di Casè e l'uomo non può che piegarsi e constatare la sua impotenza – “Cosa si può fare quando il cielo incattivisce?” – nonostante ci sia chi, come la madre del protagonista nel primo e nel terzo racconto, ha dimestichezza e piedi forti per sfidare i dirupi. Ciò non solo per aderenza realistica (non mancano massime dal sapore contadino: “Il vento non crepa di sete, domani pioverà”; “Solo la nebbia può tradire”) ma perché, così come i luoghi dei racconti, essa è chiamata a contribuire alla descrizione, se non alla decifrazione di stati d'animo quasi sempre negativi: il lago agitato dai venti, le pozze d'acqua sulla riva come “migliaia di fossette allucinanti, diaboliche”, le montagne incombenti, “il cielo sopra di loro che era qualcosa di vivo e metteva soggezione” e induce gli uomini al silenzio, il sole che mette paura perché potenziale portatore di morte, le colline che sono sì belle, “ma non distruggono il dolore”. Il luoghi diventano ricettacoli simbolici: il lago, nel quale si intravede la madre, diventa termine della metafora materna, “è una suggestione, una sinestesi: non so”; il monte Tabor, “orrendo, squallido”, è il luogo del sacrificio del padre, “l'unico monte al mondo che sia completamente nostro, che conosca interamente le nostre vicende” dice il protagonista dell' Età del tic . L'elemento liquido è, però, anche rifugio estremo, come il torrente che scorre sotto l'arcata del ponte da cui si getta l'Agnese de Il dolore di uno : “un pozzo sicuro, dove l'acqua non perdona”.

Fanno eccezione alcuni temporanei loci amoeni , dove trovano rifugio gli innamorati come la gobba di Rebi, “dove ci sono i cantoni prativi adatti per dirsi tante parole”. Sono perlopiù fuori dal paese, in un angolo ritirato e protetto dall'oppressione sociale e psicologica che emanano il villaggio natale, l'asfittico nucleo familiare. Per Zita e Mario, la casina appartata nelle vigne dell'Ardenza è una necessità: “per esprimere un sentimento, il luogo deve essere un nido”.

Ne Il dolore di uno, Arturo, emigrante invecchiato, rivanga il suo amore per Agnese, un amore disinteressato e dunque impossibile nell'ambiente contadino dove la principale preoccupazione legata alle unioni matrimoniali è quella di preservare se non ad accrescere il gruzzolo famigliare, “la roba”: “vedi, Turo, di roba ne abbiamo anche noi. Ma c'è roba e roba” dice il fratello al protagonista che vorrebbe sposare l'Agnese. Ma le parcelle all'ombra, meno redditizie se paragonate alle terre al sole della famiglia di lei, più benestante, di quelle con la targhetta in ottone sui banchi di chiesa, di quelle che « guidano il sole sulle terre », impediranno una conclusione felice della vicenda: la notizia del suicidio di Agnese raggiungerà Arturo in Germania, dove è emigrato per sfuggire alle delusioni e alla sua incapacità di reagire alla volontà del padre di lei.

Come le pozze d'acqua ne L'età del tic , qui è la crepa nel soffitto dell'osteria dove Arturo passa la notte di ritorno in paese dopo anni di assenza a eccitare l'immaginazione: la crepa diventa prima biscia, poi fiume, non tanto per la forza visionaria di Arturo, ma più per un bisogno di ricomporre un disegno riconoscibile, dal quale dipanare la trama dei ricordi: il padre e la sua malattia, la morte della madre, e infine la paralisi alla quale egli soccombe, la notte stessa.

Non basta la vita intera è il racconto che porta più evidenti i segni del riutilizzo di materiali già elaborati in precedenza. Si torna alla Rasoira, già luogo materno de L'età del tic . Sergio ha perso il lavoro in città, è sposato con Giovanna, da cui però è separato, ha un carattere difficile che si manifesta soprattutto in presenza della madre e della moglie. Sale alla cascina una sera di vento che mal sopporta, attanagliato dal male “che gli assassina la mente” – emicrania o sindrome cervicale – ben deciso a ristabilirsi nel paese natale. Il viaggio, scandito dal mutismo che corre fra marito e moglie, dal dolore che le tensioni e le rigidità degli arti provocano al protagonista, è un continuo rimemorarsi dei propri fallimenti famigliari, affettivi, di episodi tragici che sembrano solo aver nutrito rabbie e rancori. Qui, come negli altri testi, si ribadisce la vanità dell'illusione che un amore, una partenza, un cambiamento anche minimo, una luce sulla collina, possano scongiurare “la stizza e l'indolenza dell'abitudine”, l'angustia della comunità d'origine, il sentimento della propria inadeguatezza.

Se il primo racconto è forse il più nitido, luminoso nella precisione del linguaggio e dei registri, il trittico La lunga memoria presenta più asperità, i regionalismi e i dialettismi abbondano, le ripetizioni che sfiorano l'idiosincrasia fanno capolino. La lingua ripropone, lo schema iterativo strettamente legato a quel Taedium Vitae tanto caro all'autore. Ma i Racconti sono un complemento coerente alla bibliografia dell'autore di Minusio, anche perché l'introduzione di Flavio Catenazzi ci indirizza anche verso alcune delle fonti letterarie frequentate da Casè, da Montale a Pavese a Fenoglio. Curati dalle piccole, interessanti Edizioni sottoscala (unico rimpianto, per chi avrebbe a cuore anche il dettaglio tipografico di un peraltro bel volume, i numerosi refusi), essi inseriscono l'opera di Angelo Casè nel filone disincantato e realistico della produzione letteraria ticinese degli anni '60-'70, quella del controcanto, intonato anche da un Plinio Martini o da un Giovanni Orelli, alle ormai tramontate raffigurazioni idilliache del mondo rurale ticinese.