Tre domande a Gilberto Isella

par Yari Bernasconi

Publié le 12/08/2006

Autoantologia è l'ultima traccia in ordine di tempo del suo "continuo sfidare i limiti del linguaggio" (p. 3). È un procedimento particolare, però, quello dell'antologia personale: se da una parte vi è la possibilità di evidenziare l'evoluzione e la coerenza di un percorso artistico decennale, dall'altra si è inevitabilmente spinti a mettere un po' d'ordine (viene in mente, par la force des choses, Nominare il caos, dove "si precisa l'assillo di dar volto a dati dell'esperienza che sfuggono alla ragione", p. 4) nella propria ricerca poetica, facendo delle scelte e privilegiando (valorizzando?) certi temi e certi toni. Per questo, la prima e spontanea domanda è: come ha affrontato il progetto editoriale dell'Autoantologia? Quali sono stati i criteri di scelta e, conseguentemente, di scarto?

Le sfide, come spesso accade, partono dagli editori: le interesserebbe fare una piccola antologia? Dapprima sembra un gioco, un agrodolce gioco di sottrazione, di decantamento, da una massa abbastanza rilevante di testi. Poi le cose si fanno maledettamente più complesse. Occorre innanzitutto 'inventare' un punto di vista critico che sospenda un eccessivo investimento affettivo nella propria scrittura. Insomma proiettarsi in un 'io' per così dire sovraindividuale, in grado di cogliere le attese dei lettori e di creare un filo rosso che colleghi i momenti sparsi di un'intera esperienza, quasi 'dall'alto'. Ci sarò riuscito, non sarò stato vittima del solito abbaglio? Soprattutto grazie alle note - spero introdotte con qualche efficacia - su alcuni 'motivi conduttori', qualche frammento di questo filo dovrebbe apparire. Ci sono alcune granitiche 'vette' delle Vigilie, che informano sulla mia sfida, arrischiante, alle frontiere del senso. C'è poi il lento glissare della parola nelle lagune più statiche e contemplative di Apoteca, dove le 'macchine mondane' (chiamo così certi assunti dell'esperienza diretta del mondo) minacciano di scomporsi entro il vortice delle 'macchine divine' finendo per sfuggire alla presa del senso, per cristallizzarsi infine in innocenti icone. E così il 'vortice', in una promessa di futuro dinamismo, diviene il contrassegno degli imminenti stati caotici di Nominare il caos. I componimenti ludici di Krebs e In bocca al vento fungono da corollari, per così dire, alle opere più impegnative, tra cui non voglio dimenticare Discordo. Ho cercato di diversificare: accanto a testi relativamente distesi, ne ho scelti altri che presentassero alcuni nodi problematici o adombrassero quesiti di poetica.

Il primo dei due testi di Krebs (Ed. Ulivo, 2000) antologizzati dice: la poesia è quella cosa che / alla questione se più pesante sia / un chilo di piume o un chilo di ferro / son sempre le piume ad avere la meglio / tra flauti e cigni che / vengono su a cantare. Parallelamente, nel testo introduttivo alla raccolta, lei scrive "Krebs (2000) e In bocca al vento (2005) sono libretti nati all'insegna della leggerezza. Qui il disincanto può tingersi di grottesco, evitare la costrizione del senso, il suo partito preso. Non cerca più spiegazioni, si affida a una sorta di "dolce crudeltà" una volta rifugiatosi nelle ambigue zone di passaggio tra aforisma e nonsense" (p. 4). Ora, leggendo attentamente Autoantologia, ho l'impressione che questo suo commento possa essere esteso a tutta la sua opera poetica come possibile chiave di lettura. Non tanto per la leggerezza (dominante, appunto, in KrebsIn bocca al vento), quanto più per l'ambiguità e la tendenza ad aggirare la "costrizione del senso". Cosa ne pensa? In questa prospettiva, mi sembra interessante la nota a Puntando sul nero o sul rosso di Nominare il caos: "Ritagliare gli accadimenti dal magma vitale ("forfora spaziale") con le forbici della ragione è un gioco insensato, ma forse imprescindibile e gratificante come tutte le esibizioni dell'homo ludens" (riecco anche una sorta di leggerezza). Cosa rappresenta per la sua poesia il rapporto (peraltro attualissimo, si pensi alla recente raccolta di Giovanni Orelli) tra gioco e senso?

La poesia fa parte di quel gioco (tragico molto spesso) col mondo di cui parla in maniera lucidissima Huizinga. È l'attrito tra il gioco - verbale nel caso della poesia - e il mondo, a generare il senso o meglio le sue infinite oscillazioni. Spostando continuamente i dati del reale, come sopra un'immaginaria scacchiera, la poesia innesca un processo di simulazioni e di virtualità allo stato puro. Rinnova i codici e le strutture attraverso cui leggiamo la vita, riporta tutto a ciò che Bergson chiama élan vital. Le certezze che ci provengono (o crediamo ci provengano) dalle informazioni acquisite e delle esperienze di grado zero si 'decostruiscono'. Non che il linguaggio poetico incoraggi la scomparsa del vissuto e della realtà, ma certamente ri-orienta il campo d'interrogazione del soggetto, lo ricrea in forme insolite e spaesanti. Importa poco che il tema prescelto sia quotidiano o 'sublime': anzi, queste distinzioni prettamente accademiche, almeno per quanto mi riguarda, finiscono per rivelarsi fasulle. È la voce dell'Altro, difficilmente addomesticabile, che interviene per farsi regista occulto dell'intero processo di rappresentazione. Scrivendo mi sembra spesso di infrangere, non dico la barriera interno-esterno o soggetto-oggetto (ciò si verifica di regola in ogni creazione poetica contemporanea), ma le stesse delimitazioni interne ai codici patico-affettivi (il tragico, il comico, e altro). Il tragico si sbriciola, forse per aver raggiunto un limite di saturazione intenibile, in un pulviscolo di sensazioni comiche, o grottesche o semplicemente assurde. Sembra che allora la realtà venga a confidarsi in forme paradossalmente più familiari, 'alleggerite' da incrostazioni sentimentali e al di fuori di categorie logiche. Forme astralmente lontane, quelle che forse avevamo percepito in un altro stadio della nostra esistenza. La metafora della forbice (v. anche vivere i vincoli in Nominare il caos) che lei giustamente cita, vorrebbe indicare la casualità con cui vengono 'ritagliati' i luoghi del nostro vivere e agire, sempre dentro gli 'strappi ortogonali' di misteriose mappe, e sempre di fianco, mai dentro al "verde universo accessibile". Un verde universo, un esistere senza vincoli che appare ormai come un incanto lontano. Quanto alla differenza tra Giovanni Orelli e me, relativamente al rapporto gioco-senso, mi pare che la sua agudeza faccia presa in modo particolare sulla dimensione metalinguistica (è la grammatica ad essere afferrata per la coda), mentre nel mio caso tendo a circoscrivere enigmi cifrati soprattutto sul piano ontologico.

Dalle Notizie bio-bibliografiche che chiudono Autoantologia, si scopre che, oltre a una traduzione di Jacques Dupin, ha in preparazione una nuova raccolta poetica: Corridoio polare. Cosa dobbiamo aspettarci? Cosa rimarrà di quell'ultima sua grande inquietudine che è Nominare il caos?

Corridoio polare (la cui uscita è prevista in autunno) si presenta come una narrazione poetica a più voci. Il luogo è una sorta di manicomio a cielo aperto. Al centro c'è un personaggio che dice io; sostiene di aver individuato un 'corridoio', in una remota regione artica, in grado di proiettarlo in nuove dimensioni, facendolo comunicare con l'altrove. Si tratta di un lucidissimo visionario o di un folle? Le voci di commento, quelle facilmente riconoscibili della 'psichiatria ufficiale' e altre pronte invece a cogliere elementi di verità del messaggio, si sovrappongono lasciando del tutto irrisolto il dilemma.