La ciotola del pellegrino (Morandi)

Philippe Jaccottet

La ciotola del pellegrino è insieme un'opera di poesia, un saggio sulla pittura di Giorgio Morandi e una meditazione sulla pazienza e la concentrazione, nell'arte e nella vita. Se è vero, come diceva Kafka, che tutti gli errori umani sono frutto d'impazienza, allora queste poche ma intense pagine di Jaccottet potrebbero essere molto utili. E se è vero che questa è l'epoca della dispersione, della dissipatezza, allora queste pagine potrebbero anche essere interpretate come un invito a resistere allo spirito del tempo: «Come se qualcosa meritasse ancora di essere tentata, persino al termine di una così lunga storia, come se tutto non fosse assolutamente perduto e si potesse ancora fare altro che gridare, balbettare di paura o, peggio, tacere». Ma il punto centrale rimane un altro, e cioè l'enigma delle emozioni suscitate dalle opere del pittore, che è poi uno dei modi in cui si declina l'enigma dell'esistenza di quell'universo naturale che Jaccottet insegue da sempre con gli strumenti della poesia.

Critique

par Yari Bernasconi

Publié le 08/02/2008

Ho sotto gli occhi La ciotola del pellegrino (Morandi), l'ultimo libro di Philippe Jaccottet tradotto a Bellinzona, da Casagrande. E sono combattuto. Da una parte uno dei più grandi poeti in lingua francese viventi (che qui sia tradotto in italiano, poi, poco importa, visto che a tradurre è Fabio Pusterla, di cui non si può che continuare a parlare bene, benissimo), dall'altra un libro ibrido che - malgrado passaggi di assoluta bellezza - non mi ha entusiasmato.

Ibrido, sì: un ibridismo che nel risvolto di copertina vuole essere un punto di forza: «La ciotola del pellegrino è insieme un'opera di poesia, un saggio sulla pittura di Giorgio Morandi e una meditazione sulla pazienza e la concentrazione, nell'arte e nella vita». In realtà, proprio in virtù di questa coesistenza di generi, ho l'impressione che il libro non sia né un'opera di poesia, né un saggio su Morandi, ma prima di tutto solo uno scritto sulla poesia dell'autore stesso (anche il risvolto di copertina lo lascia intendere: «il punto centrale rimane un altro, e cioè l'enigma delle emozioni suscitate dalle opere del pittore, che è poi uno dei modi in cui si declina l'enigma dell'esistenza di quell'universo naturale che Jaccottet insegue da sempre con gli strumenti della poesia»). È per questo che le opere di Morandi rendono infedele Jaccottet al «voto, più di una volta confessato e professato, di non scrivere mai nulla attorno all'arte». Ed è per questo che le pagine de La ciotola del pellegrino, pur ostentando pacatezza e modestia, cuciono la bocca a Jean-Christophe Bailly, che di Morandi aveva scritto che è «come se la pittura diventasse una specie di cerimonia del tè, ma per gli occhi - l'arte di lasciare in infusione le foglie della sensazione nell'acqua del distacco», e a cui è risposto aridamente: «accostamenti che è lecito fare, a condizione di non insistere troppo». Oppure affrontano frontalmente Paul Valéry, di cui Jaccottet rammenta «Patience, patience, / Patience dans l'azur! / Chaque atome de silence / Est la chance d'un fruit mûr!»; per via della silenziosa pazienza che permette la maturazione delle opere d'arte, per via della parola «pazienza» che è così bella e che si addice così bene a questi paesaggi, come al resto dell'opera, e che chiama ancora a sé la parola «patina»: peccato che «Valéry parla troppo bene, sembra di vederlo col gomito appoggiato al camino di un salotto, e bisogna subito, qui, dove non ha nulla a che vedere con il nostro discorso, dimenticarlo».

Si passa quindi attraverso i paesaggi di Morandi perché sono quelli di Jaccottet: «la presenza del mondo naturale, in essi, mi pareva dover essere d'aiuto alla comprensione; ciononostante, il loro segreto continua a sfuggire»; non a caso, poco prima, una bellissima frase isolata cercava nel bianco del centropagina l'essenza di Morandi-Jaccottet, sussurrando: «Ma quante frasi, qui, che non spiegano nulla; di fronte a quest'opera, misteriosa come l'erba». Solo a pochi paragrafi dalla conclusione Jaccottet si toglie la maschera di Morandi, per evidenziare quanto già suggerito: «Prendendo un po' di distanza: mi ritrovo altrettanto fuori strada, dopo tutte queste osservazioni, di quando, avendo terminato di scrivere qualcosa a proposito di un prato, rivedo il prato; tanto più semplice di tutto ciò che ho potuto dirne, e più segreto! Ma senza dubbio è molto meglio così, e tutto a merito di quel prato, o di questi dipinti, l'uno e gli altri assai poco inclini a lasciare che qualcuno parli al posto loro...».

Detto questo, è difficile per me spiegare razionalmente ciò che del libro mi lascia perplesso. Forse la mia incondizionata ammirazione per Jaccottet mi fa gridare in modo un po' idealista che la sua poesia deve parlare da sola, senza filtri (Morandi, in questo caso); forse m'attendevo un vero saggio su Morandi; forse perché, ingenuamente, alla meditazione sulla pazienza «che significa aver vissuto, aver pensato, aver «resistito»: con modestia, sopportazione, ma senza rivolta, né indifferenza, né disperazione» non sono riuscito a dissociare una folgorante immagine di un altro grandissimo autore europeo, Heinrich Böll, del Diario d'Irlanda , che nella sua semplicità mi sembra più forte e più reale di qualsiasi riflessione: «Con uno sguardo la signorina chiese aiuto all'immagine della Madonna davanti a cui ardeva una candela. Maria taceva; sorrideva soltanto come fa da quattrocento anni e il suo sorriso voleva dire: Pazienza».