A Dime a Dozen

Stefano Marelli

Un viaggio nella storia di Miller e della sua famiglia. Una storia d’amore e di grande amicizia, una storia letteraria che si fa inseguire sul sentiero di una narrazione stratificata e avvincente. Miller nasce a Trieste nel ’45, appena finita la guerra. Rimasto orfano cresce con i nonni materni, tentando di riempire quel vuoto attraverso i libri e le riviste del padre scovate nel vecchio baule. È da lì che emerge e diviene centrale nella sua vita la figura di Ernest Hemingway, nelle cui opere il ragazzo tenta di ritrovare lo sfortunato genitore e quell’America sognata e subito perduta. Il percorso sulle tracce del grande scrittore lo porta molto lontano, permettendogli di fare luce su uno degli episodi più misteriosi e controversi dell’epopea hemingwayana. La provincia italiana degli anni ‘60, il Montana, le due Guerre mondiali e la Parigi della Generation Perdue fanno da sfondo a una storia da sempre tenuta segreta, che incanta attraverso i suoi ingredienti: sradicamento, fuga, rimorso, promesse da mantenere, voci lontane e vite sospese. Un’eredità che Miller lascia ai suoi giovani amici, Blasco e Allegra, durante una folle traversata nel Sahara all’alba del nuovo millennio.

(dalla presentazione del libro, Rubbettino Editore)

Il deserto, l’America, gli anni ’60, Hemingway

par Claudio Lo Russo

Publié le 07/02/2017

Ci sono il deserto e misteriose incisioni rupestri nello Hoggar, la Grande Guerra e la rivoluzione sociale degli anni sessanta, le montagne della Val d’Intelvi e un viaggio zaino in spalla attraverso gli Stati Uniti alla ricerca delle proprie radici, ci sono un grande inesauribile legame d’amore, una storia d’amicizia e di formazione, il dolore di ogni perdita che segna la vita, la passione bruciante per la letteratura e un racconto di Hemingway mai letto, ritrovato e perduto per sempre. C’è tanto nell’ultimo romanzo di Stefano Marelli, A Dime a Dozen, edito in Italia da Rubbettino. Anzitutto c’è di nuovo la sua grande facilità di racconto, di intessere storie che attraversano il tempo e lo spazio; ma pure, lo diciamo subito, il suo contraltare, ossia una certa superficialità, dentro la quale le parole e gli eventi tendono a tratti a girare a vuoto, in modo prevedibile o pretestuoso, privi di forza e di urgenza, e i personaggi sbiadiscono fino a perdere reale consistenza umana.

Dopo l’esordio felice di Altre stelle uruguayane e il divertissement calcistico di Pezzi da novanta, l’autore di Sagno non si è tirato indietro, in un certo senso ha alzato il tiro. A Dime a Dozen, letteralmente “un soldo la dozzina”, coincide con il titolo di un presunto racconto di Hemingway, fortuitamente scampato al celebre smarrimento a Parigi dei testi giovanili dello scrittore americano. Questo è però solo uno dei tasselli di un puzzle ben più complesso, i cui frammenti sono raccontati in prima persona da voci diverse.

C’è Blasco (che deve il suo nome al Blasco Ibáñez di Sangue e arena, a conferma di un certo retroterra letterario), un uomo del nostro tempo, indolente e disilluso, ma a modo suo capace di coltivare il gusto del diverso e della scoperta. Comico di successo, si è preso una lunga pausa dal proprio lavoro, ha una fidanzata paleontologa (Allegra) e pochissime cose da fare, principalmente bere birra. Quando riceve la telefonata di Miller, un avventuriero conosciuto una dozzina di anni prima nel deserto fra Algeria e Tunisia, si imbarca senza pensarci in un viaggio a dir poco suggestivo. Infatti, Miller e sua moglie, Nita, da poco defunta, meravigliosa donna “senza volto” a suo tempo conosciuta da Blasco, fra i monti dello Hoggar avevano scoperto delle sensazionali incisioni rupestri raffiguranti dei gorilla, destinate a rivoluzionare le conoscenze storiche in materia. Pur di sfuggire ai gruppi di archeologi per i quali ha a lungo lavorato, il vecchio Miller chiede la collaborazione di Allegra e Blasco.

Si ritorna così al viaggio in fuoristrada attraverso il deserto – siamo nel 2001 – con cui il romanzo si è aperto e che, in un incessante alternarsi di tempi e di voci, si fa soprattutto tragitto nella storia di Miller e della sua famiglia. Marelli rivela sotto questo aspetto tutta la sua sicurezza di narratore nel maneggiare i frammenti di un racconto di grande respiro, in cui si parte dal secondo dopoguerra, a Trieste, dove Miller perde ben presto i genitori in un incidente stradale. Il padre era un militare americano e gli lascia in eredità la sua valigia di libri e la passione bruciante, su tutti, per Hemigway. Essendo stato affidato ai genitori della madre, in Brianza, il racconto di Miller torna alle estati della sua adolescenza in Val d’Intelvi, rifugio dal razzismo ipocrita dei compagni di scuola che negli anni Sessanta in lui vedono un prodotto dell’imperialismo americano, agli interminabili giorni di letture, alle uscite in compagnia del nonno e del suo amico di una vita, il Gusto, alle fughe da Sergej, l’ubriacone sciancato che non manca di dargli del «bastardo», alla scoperta del sesso clandestino con una donna sposata e dell’amore, immediato e per sempre, per Nita, figlia dell’emigrazione in Francia.

Gli anni passeranno, fra incontri e morti, Miller partirà per gli Stati Uniti alla ricerca dei suoi nonni, nel Montana, e qui, dopo aver incrociato il buonismo di facciata dei figli dei fiori cittadini andati a colonizzare la provincia, e dopo aver visitato i luoghi di Hemingway, finirà nella stessa torretta di avvistamento incendi all’estremo nord dell’Idaho in cui aveva lavorato Jack Kerouac. Ma altre storie, inframezzate dal viaggio nel deserto e dai suoi estenuanti brindisi e bevute notturni (ma almeno Marelli ha uno scatto autoironico e per bocca di Allegra propone un brindisi «A chi sa raccontare una storia senza perdersi in mille brindisi inutili»), altre storie si succedono, fra cui quelle raccontate dal Gusto. E qui arrivano alcune fra le pagine più riuscite del romanzo, quelle in apparenza più estranee al tutto, quando si torna alla Grande Guerra, ai suoi orrori, alle scelte estreme che richiese a tanti ragazzi derubati della loro giovinezza, fra cui il nonno di Miller, quando spezzare le vertebre a un essere umano poteva essere l’unica via su cui portare a casa la pelle e un briciolo della propria dignità.

Meno convincente, invece, il racconto parigino degli anni ’20, quando si scoprirà che il vecchio Gusto, a quel tempo tassista nella Ville Lumière, sa qualcosa sulla scomparsa dei racconti di Hemingway, pur non avendo mai sospettato chi fosse in realtà quell’americano capitato nella sua auto una sera di quarant’anni prima, dopo che pochi giorni innanzi ci era passata anche sua moglie, donna proverbialmente distratta... Da questo momento il congegno narrativo di Marelli corre verso la sua risoluzione, chiamando in causa anche la supposta spietata gelosia di Francis Scott Fitzgerald, ubriacone ebete, per il genio di Hemingway, il rinvenimento nella soffitta del Gusto del racconto superstite, la brutalità ottusa di Sergej e un incendio che cambierà per sempre la vita di Miller e di Nita, portandoli lontano da un passato che non si può cancellare.

Con questo romanzo Marelli conferma le sue qualità, ma allo stesso tempo rivela i suoi limiti. Se da un lato gestisce con abilità una materia narrativa frammentata ed eterogenea, mettendo progressivamente ogni tessera del suo quadro al proprio posto, e regalando pure uno sguardo sulla realtà ironico e disincantato; dall’altro non riesce a dissolvere l’impressione che il suo racconto tenda progressivamente ad arrancare senza sapere bene dove indirizzarsi, forzando un po’ la mano per trovare le svolte narrative che lo conducono in porto. Se è una scelta coerente quella del registro colloquiale (ma a rischio di stereotipo) con una sintassi libera, senza punteggiatura e con regolari ammicchi al lettore (seppure spesso facile, con «cazzonesò» e consimili), appare del tutto non riuscita la scelta di immagini del tipo «fumavano tutti come Sandro Ciotti» o «s’incazza sempre come Sgarbi», che finiscono col chiudere il linguaggio di un testo nelle intenzioni di così ampi orizzonti nel perimetro di riferimenti claustrofobici (tralasciando la concessione in alcune pagine al dogma della pornografia che condiziona tanta letteratura contemporanea).

Nel suo trascorrere veloce fra tempi e luoghi diversi, muovendosi fra i piani della sua complessa architettura narrativa, Marelli compone sì una vicenda a tratti trascinante, con diverse pagine riuscite (si veda la guerra, con la comparsa del piccolo Sante, oppure la prima apparizione di Sergej e il riverbero metallico dei suoi passi), ma allo stesso tempo non riesce a fare delle sue pedine, pur mosse con abilità, dei veri personaggi, dotati di reale convincente profondità e coerenza umana. Lo sguardo appare sovente semplicistico, anche perché distratto dalla furia del racconto, a tratti manicheo, declassando i personaggi a caricature (si veda come viene risolta la figura di Sergej), povero di sfumature e di complessità, fino al limite del dramma finale – l’incendio che distrugge e ferisce – ingegnoso e potenzialmente struggente, ma risolto in definitiva in poche righe, in modo troppo superficiale per colpire a fondo il lettore.

Si potrebbe forse dire che Marelli, con questo romanzo, più che la densità di Hemingway trova la facilità di Kerouac. Eppure, gli vanno riconosciute non comuni abilità e precisione di narratore (a giudicare da tanti libri che vengono pubblicati oggiogiorno). E l’ultimo efficace colpo di scena lo conferma.