Il collo dell’anitra

Giorgio Orelli

Dal collo dei colombi di Lucrezio a quello dell'anitra, è continua meraviglia il trasmutare dei colori a seconda della luce: così è della vita, degli spettacoli anche minimi del mondo.
Conviene badare alla lettera (da cui, ci ricorda Mallarmé, deriva la letteratura). Non di anatra infatti si parla, la quale s'appaga mirabilmente in stagni pascoliani, ma di anitra, che in Dante chiama nella stessa sede ritmica anima.
Lettera della luminosità (e della trafittura) è i: non si scrive accipicchia che ridere Maria senza rimemorazione dantesca.

Giorgio Orelli

Critique

par Elena Spoerl

Publié le 28/12/2001

L‘editore Garzanti ha pubblicato recentemente Il collo dell‘anitra di Giorgio Orelli, un poeta che nella quantità si contiene (solo ogni dodici anni, infatti, ci consegna un nuovo volume di versi: Sinopie nel 1977 e Spiracoli nel 1989), ma eccelle nella qualità: la sua scrittura è un distillato. Orelli è anche traduttore e critico. Per il suo lavoro si è visto assegnare quest‘anno il Premio Chiara alla carriera. Oggi possiamo aggiungere alla lista dei riconoscimenti il premio Bagutta, appena conferitogli appunto per Il collo dell‘anitra.

Giorgio Orelli, cosa ci dice in merito?

A proposito de Il collo dell‘anitra darò qualche informazione non letteraria. Prima pubblicavo da Mondadori, questa volta invece il libro è edito da Garzanti. Dopo due mesi la prima edizione è già esaurita e il libro è in ristampa.

Il premio Bagutta? E‘ il più antico d‘Italia, un premio annuale giunto alla 66ema edizione e al quale partecipano saggisti, prosatori, poeti e figure dell‘editoria. E‘ la prima volta che premiano uno svizzero.

Orelli nel risvolto di copertina evoca alcuni grandi poeti: Lucrezio, Mallarmé, Pascoli, Dante; parlando del collo (il collo dei colombi di Lucrezio e della sua anitra) dice «…è continua meraviglia il trasmutare dei colori a seconda della luce: così è della vita, degli spettacoli anche minimi del mondo». Anitra, con la stessa sede ritmica di anima (Dante) e con la i luminosa che trafigge:
da pag. 103,

[…] li fichi, li grilli, li stuzzicandenti,
li treni invisibili, […]

da pag. 20, una poesia scritta su richiesta della Pro Litteris, un gioco con le i,

Imber

Ingarbugliatamente
-ìggina, -ìggina, infronda
inestinte illusioni, irida insidie,
immorbidisce irritrosita Irmunda,
Ines inespugnata istiga, imperla
Immacolata immigrata «in Insvizzera»,
idoli irride,
                            irrora
infanzia inesauribile

Il volume è suddiviso in nove parti: l‘ottavo gruppo di poesie, il più consistente, dà voce al mondo infantile. Chi più liberamente di un bambino utilizza la lingua? Imparandola sbaglia. Prendiamo un «errore» come acobratico (pag. 101): ma non è forse proprio un‘acrobazia per un piccolo pronunciare questa parola? Non ricorda un cobra che si contorce? Orelli riprende diversi «errori» infantili, come cimpripessa e colomotiva (pag. 97) o, altro esempio, in una delle poesie con Maria e i superlativi assoluti (pag. 100): calduccissimo, oro orissimo, il rosa è bello perché è bellissimo; quest‘ultimo superlativo spiega con una tautologia come ad essere bello sia proprio il superlativo stesso. Non so quali altre lingue dispongano del superlativo assoluto a suffisso, ma l‘italiano può esserne fierISSIMO. La tautologia è usata volentieri dai bambini come spiegazione: e non è forse una conoscenza simile a quell‘ «inconoscenza che sa», attribuita agli uomini di chiesa a pag. 43?. «Sono pensando» cita ancora da voce infantile a pag. 103: ma non è proprio chi pensa che è, e non sta (vedi Cogito ergo sum)?.

Giorgio Orelli, e a proposito della lingua infantile?

La lingua dei bambini è una lingua celeste che certamente è riverbero di quella dei genitori, ma in cui spontaneamente sono presenti anche la «rhétorique profonde» di Baudelaire, delle intuizioni fonosimboliche e un marcato senso del suono. Quelle metatesi o interversioni sono sì errori di codice, ma solo tra virgolette, perché sono densi di significati, non sono torsioni arbitrarie bensì spesso contengono polisemie. In acobratico c‘è il cobra, in stuzzicandenti c‘è un che di candente, e così via.

Come l‘innocenza possa essere disarmante Orelli lo dimostra con la poesia a pag. 81:

Mi viene in mente quando eri bambina
e per andare dalle zie passavi
in bici accanto alla rete che cinge
i vasti campi dietro il manicomio,
e ogni volta, aggrappato alla rete,
allegramente un pazzo ti gridava
«Bella bionda perché non vieni a letto
con me?»
e tu non ti fermavi,
non rispondevi,
non eri bionda e non avevi
nessuna voglia di andare a dormire.

In questi versi cinque non si susseguono incalzanti. Orelli usa spesso la negazione: ci sono tanti non, addirittura fa iniziare con questa particella diverse poesie. Come spiega l‘autore stesso la viva presenza della negazione?

Il mio uso della negazione non è programmatico, non risponde a un preciso intento espressivo. I miei non in questa poesia sono sorridente misura della distanza tra l‘innocenza e la follia: il non del pazzo è molto diverso da quelli che seguono.