Un canarino biondo

Luisa Canonica

Figure fragili, bambini impacciati, timidi, introversi, ingenui, come il povero Alfredo che sbaglia treno complicandosi la vita. O i due ragazzi che in pieno inverno si disperano sul Monte Lema, come animali braccati nella neve.
Il mestiere di vivere, la complessità del rapporto fra padri, madri e figli. Piccole e grandi crudeltà, indifferenza, freddezza.
Qual è la via d’uscita, quale la salvezza che ricuce gli strappi?

Nei sette racconti, l’autrice esplora queste tematiche, entra nei meandri contraddittori del materno: a volte la conclusione è sorprendente, altre è tragica, o rassicurante o sospesa. Mai però il percorso che porta alla soluzione si presenta facile e piano.

(Presentazione del libro, Armando Dadò editore)

Critique

par Carlotta Jaquinta

Publié le 22/09/2015

«Quel bimbo raggelato sono io» (p. 104)

Di storie di figli narra Luisa Canonica, figlia del poeta Ugo, mamma, insegnante, scrittrice, nel suo secondo libro, edito da Dadò. Voci di figli che diventano mamme, papà, insegnanti, e si portano con sé il passato. Sette rapidi racconti, organizzati in due parti, composti da una costellazione di voci che parlano di famiglia, di rapporti che edificano e distruggono.

Ci fa tenerezza il personaggio del primo racconto, un ragazzo spaurito e un po’ sprovveduto che, diretto alla Scuola Normale di Locarno, sbaglia treno rischiando pericolosamente di ritardare all’esame d’ammissione. Il treno per Locarno ci lascia col sorriso, con l’indulgenza e la comprensione di chi, con Alfredo, rivive i ricordi delle grandi, seppur piccole, angosce dell’infanzia che ci hanno colpiti tutti e che poi, da adulti, rammentiamo prendendoci un po’ in giro. Un’avventura che rivela, in realtà, la complessità della situazione famigliare del ragazzo, facendoci rivalutare l’importanza di portar a buon fine quel viaggio. Il secondo racconto ci prende alla sprovvista: Un canarino biondo – la storia raccapricciante di uno snaturato rapporto madre-figlio – colpisce il nostro spirito compassionevole lasciandoci impietriti. Il tono è lo stesso; aspettando di farci divertire dalle bizzarrie dei personaggi ne rimaniamo invece sconvolti. E così in crescendo, un racconto dopo l’altro; non è tanto la tragicità degli eventi che aumenta, ma il nostro sguardo che cambia. Volgiamo alle vicende un’attenzione diversa, più accorta. Consapevoli che la narrazione di un evento quotidiano, di un aneddoto infantile, porta con sé un insieme di vite.

È un racconto tenero che nasconde del perverso il Trenta quaranta la pecora la canta, storia di amicizia tra una pecora e un bambino che rivela tutta una rete di dinamiche famigliari. Ritroviamo le innocenti e proibite serate danzanti nell’assenza dei genitori nel racconto di ragazza La suaré delle falene che suggerisce, in realtà, una mancanza di affetto. Ogni racconto – inizialmente vago, apparentemente leggero, – racchiude così tutto un insieme di piccole e grandi ferite illustrando la complessità dei rapporti famigliari: la difficoltà di essere madre, padre, figlio, fratello o sorella, compagno. La difficoltà di farsi amare e di amare malgrado il vuoto lasciato dal passato. Ogni singolo evento sembra incidere sull’altro; ogni tassello del passato, avere un’incidenza sul futuro, proprio o del prossimo. Vien così l’istinto di leggere i racconti come una costellazione; una ragnatela di vicende ed emozioni. Perché il piccolo Lucio amico della pecora potrebbe esser quel padre o quel fratello che ritroviamo nel prossimo racconto. La seconda parte – un racconto in tre parti sul rapporto madre-figlia, Aureola di lago – sembra confermare l’esattezza di questa lettura d’insieme: le tre parti ripercorrono momenti diversi del passato tentando di dare un senso agli atteggiamenti del presente suggerendo così che tutto della vita è legato. Una storia ha sempre anche un passato che influirà poi sul presente. Il lettore ne prende coscienza rivalutando così l’univocità del suo giudizio sul personaggio: prima è stravolto, poi compassionevole e infine spiazzato.

Non sono solo passato e futuro, persone, ad essere legati, ma tutti gli elementi che compongono il nostro mondo: la natura – gli animali, l’acqua, le montagne – si amalgama con l’umano.

Con un linguaggio allo stesso tempo naturale e fine, Canonica riesce a trasmettere la spontaneità dei ricordi, la naturalezza del parlato, colorando piacevolmente le descrizioni con tocchi poetici che riflettono questa fusione dell’uomo con l’universo a cui appartiene. Ai tuffi nel dialetto e alle espressioni che ancorano le vicende al territorio ticinese («Ehi ragazzo tirati via, tra poco arriva il treno. Ma indove vai? per Bellinzona è dall’altra parte, mi hai sentito ragazzo? sveglia! passa di là, svelto sennò tel perdet! Oh signur… Indua nem a finì…», p. 30) si contrappongono pennellate ricercate, a tratti romantiche («Mi sale l’antico sconcerto. C’è un turbinio di nubi e foschia dietro il tuo capo, indossi un turbante di nebbia. Corre un brivido sull’acqua, un movimento d’aria che mi scuote e mi indispettisce. La rabbia torna per un attimo a bruciarmi lo stomaco e allora ti guardo. La tua pelle è lesa, madre, ti vedo rattrappita e solcata, rugosa, lontana; non ce la faccio ad immaginare la giovane donna», p. 89), a tratti dure, scioccanti («Maledico il bambino che scalcia dentro di me, quel seme ingrossato che prima mi ha deformata e ora mi devasta e a ogni stilettata lancio una sguardo di supplica appoggiato al cielo come nuova stella balorda. […] È il momento di espellere l’ingombro lacerante. Spingo e mi esce il siluro. Cos’è? Una noce di cocco pelosa, una volpe con gli artigli, una murena?», p. 101).

Il ritmo è veloce, incalzante; la narrazione densa, piena d’informazioni che s’insinuano qua e là – quasi nascondendosi – nelle vicende solo apparentemente superficiali dei protagonisti: dietro al “taròcch” che ha perso il treno si nasconde un Alfredo orfano di padre; dietro alla perfida zia che lo ospita durante la settimana – “La Catèla” – una madre che ha perso un figlio prima del tempo. La vicenda del treno è quindi parte di una vita, scritta nella memoria di chi vive, e nella pagina di chi legge. Perché un adulto è sempre stato anche un bambino.