Settant’anni di buona poesia

Omaggio a Giorgio Orelli (1921-2013)

Focus du 12/06/2014 par Guido Pedrojetta

La lunga parabola ascendente di Giorgio Orelli scultore della parola, spezzatasi sul finire del 2013, ha toccato negli ultimissimi tempi vette di scintillante perfezione, in parte già anticipate nella rivista «Poesia» (n. 289, gennaio 2014), e presto alle stampe, ci si augura, col titolo-testamento L’orlo della vita. Segno forse del destino: tra queste, figura un componimento di raro splendore che canta– si direbbe –la “persistenza della vita”; il titolo è Ragni e, tematicamente, rinvia come vedremo alle prime mosse del poeta, cioè a quelle pagine ticinesi appese all’etichetta memorabile Né bianco né viola (Collana di Lugano, 1944) dell’allora ventiduenne poeta. Nel tornare ai tempi dell’esordiente “ragazzo felice”, ci fermiamo su alcuni riquadri della ragnatela di immagini e di significati, tessuta pazientemente dall’autore per decenni: di fatto, delle poesie che componevano quella plaquette (finita di stampare il 19 marzo 1944), solo poche saranno riprese nelle raccolte “antologiche” successive; e siccome l’attenzione dei critici si è spesso già appuntata – preferibilmente e comprensibilmente – sul poeta maturo, diciamo a partire da L’ora del tempo (Mondadori, 1962), noi vorremmo isolare, viceversa, modi e testi non più “ripetuti”, testimoni di “maniere” e di forme poi tralasciate dall’autore, o radicalmente rielaborate, ma che allora contribuirono a proiettarlo verso i piani alti delle nuove conquiste della poesia, in Italia. Del resto, non va dimenticato che la stampa di Né bianco né viola seguiva un titolo di alto prestigio, approdato in Svizzera “fortunosamente”, a causa della congiuntura bellico-fascista: Finisterre di Eugenio Montale (1943); e precedeva di pochi mesi Ultime cose di Umberto Saba (1944). Inoltre, la raccolta portava a mo’ di prefazione – fatto curioso e ghiotto – un’epistola in versi di Gianfranco Contini, docente di filologia romanza all’Università di Friburgo (frequentata da Giorgio Orelli per letteratura e filologia, oltre che per storia).


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Possiamo iniziare da un dato numerico-statistico, anche per meglio informare preliminarmente i lettori che non abbiano mai avuto occasione di percorrere l’ormai rarissimo opuscolo. Il testo occupa meno di cinquanta pagine, per un totale di trenta componimenti di varia estensione e fattura: si va da un minimo di tre versi, di misura variabile, tendenzialmente sciolti, a un massimo di sedici, con una media di poco superiore al sette. Nessuna poesia travalica mai nella pagina successiva. Strofe irregolari e variamente combinate (solo in qualche caso simmetriche e di identica fisionomia versale: due quartine di settenari, o due terzine di endecasillabi, p. 39, p. 34 e p. 25, pur con l’ultimo verso più breve). Sull’insieme, cinque poesie soltanto saranno riprese nella silloge antologica L’ora del tempo: si tratta, precisamente, di Paese, Assenza, Scherzo, Parla Zalek…, oltre all’eponima Né bianco né viola.


Tentazioni di un modello


Passando ai dati poeticamente più rilevanti, constatiamo già in apertura (ma sarà così anche alla fine del lieve, elegantissimo libretto) una presenza parsimoniosa di versi isolati e spaziati, tali da produrre, almeno per l’occhio, un effetto di verso-strofa, di fili diradati che si lasciano immediatamente ricondurre alla parola-abisso, unica e memorabile, di Giuseppe Ungaretti. Sono immagini di ottima resa espressiva, ma ovviamente esposti sul piano dell’imitazione, tanto da poi sparire per sempre dall’orizzonte poetico orelliano. Vediamole qui nelle loro belle riuscite, a partire dunque da Risveglio, prima assoluta:


I piccoli gridi d’uccelli

son biglie gettate da bimbi

su marmi.


Formalmente associabile a una libera illuminazione, l’architettura adotta tuttavia la misura del verso pascoliano (novenario), fondandosi per intero su un’immagine, o su uno stimolo acustico che concentri e anticipi una prerogativa rimasta in primo piano, anche nell’Orelli più tardo: la sua non diremo cura, ma attenzione estrema, vigile, puntualissima per il suono del senso, qui esaltato mediante la proliferazione di i tonica, la lettera «della luminosità e della trafittura» (pÌccoli, grÌdi, bÌglie, bÌmbi), che è alla lettera il titolo di un suo celebre contributo critico apparso nel 1976 su «Il Piccolo Hans». A p. 31, analogo movimento, con immagine, questa volta, esclusivamente visiva (il titolo è Lucciole):


E salgono un poco nel cielo.

quel tanto che basta

all’ebbrezza.


Abbiamo sempre un novenario pascoliano iniziale che, in questo caso, ricorda proprio da vicino il celeberrimo incipit de Il gelsomino notturno, nei Canti di Castelvecchio, «E s’aprono i fiori notturni» (e si noti come gli altri due versi nascano pure dalla spezzatura della stessa misura: 5 [1+]3, in efficace sintonia con l’immagine “ebbra”).

Chiude la raccolta, a cornice, un altro “scatto”, nutrito dalla stessa movenza formale e concettuale, sempre articolata su misure della tradizione (p. 42), con successione “classica” di endecasillabo e settenario:


Solleverà le ciglia la Speranza

sui mari del mattino

e tu non sognerai.


A p. 30, non più tre, ma quattro versi con identica disposizione spaziata:


Nel temperato oblìo

che concilia la glicine

un attimo pensarti

creatura felice.


Schegge in cui il parallelismo metrico esalta la sottigliezza delle rime e dei suoni, dominati anche qui, da i tonica (sin dal titolo: AprÌle), con anticipazione gioiosa della chiusa: 1 oblÌo, 2 concÌlia e glÌcine, 4 felÌce.

La pressione “ungarettiana” si fa sentire anche là dove il testo si presenti bipartito, distribuito cioè su due o più strofe di diversa estensione, ma con punta finale concisa, analogamente luminosa: «Una distesa calma di vigilia. / L’Afro crudo nitrito» (Campagna, p. 16); «Era l’ombra del falco un ghirigoro / sul verde lago liscio» (Sogno, p. 38).

Lungo la raccolta, la fisionomia del verso-strofa si amplifica fino a un massimo di 5 addendi (Si fa il cielo fornace, p. 29):


Non un volo dei soliti colombi.

Un sommesso penoso tubare.

Si fa il cielo fornace.

Sfioriscono le rose premature

nella rabbia del vento bastardo.


Versi che, ponendo al centro il settenario-titolo, rimenano Pascoli, soprattutto nei due decasillabi «Un sommesso penoso tubare» e «nella rabbia del vento bastardo», non meno squillanti di (poniamo) «Ritornava una rondine al tetto» o «Ora là nella casa romita», del celeberrimo X Agosto (in Myricae).


Tentazioni della prosa


A rovescio, si danno anche momenti di distensione discorsiva, sui quali tuttavia il maestro Contini, nella sua prefazione in versi, sembra voler mettere obliquamente in guardia l’allievo: «indietro disperatissima macchina da prosa e rispetta i ragazzi felici». Qualche esempio: «Passa il soldato col pacchetto rosso / sull’asfalto bagnato. / Lo guarda il camerata impallidito / Dai chiusi vetri dell’infermeria» (Autunno, il treno lacera la bruma, p. 17); «(Anche il vento, la notte, anche le nuvole / d’indaco per la luna)» (Col tuo volto, p. 26); «La porta che s’apre, un signore che entra. / Se chiedi, / la madre ti dice – È un signore» (Clairette, p. 27). E qui serve ricordare che, contrariamente a quella ungarettiana, la “tentazione della prosa” avrà lunga per quanto diversificata influenza ispiratrice sull’Orelli dei decenni successivi: sia come declinazione della strofa a verso lungo, tipica dei bacchelliani Poemi lirici (pure acutamente evocati da Contini nell’epistola citata), sia come vera e propria prosa, calata ed esibita nel libro poetico, in forma di poème en prose. Si possono facilmente considerare del primo tipo attacchi quali «Io sono uno studente e studio su una terrazza contro prati in pendìo» (Ginocchi, in Sinopie, Mondadori, 1977); «Era il tempo di lunghi riposi dei corvi turchini» (Alter Klang, in Spiracoli, Mondadori, 1989); e, del secondo tipo, Se (in Sinopie) e Partita di ritorno, Su una cartolina, Ni VI VII XI (in Spiracoli). Un campione minimo del Bacchelli “lirico-narrativo”, a riscontro, potrebbe essere: «Improvvisa, la fantasia m’ha condotto per le strade / rettilinee del Bolognese, bordate di rami…» (citato da Papini e Pancrazi nello loro celebre antologia dei Poeti d’oggi, certo non ignota al nostro autore, insieme ai Poemi lirici).


Persistenza di una memoria eletta


Altra sostanza era venuta a Orelli dal sommo contemporaneo di Ungaretti, Eugenio Montale, che da non molto aveva dato alle stampe il grande libro delle Occasioni e, da pochissimo, l’appendice luganese di Finisterre, ricordata sopra. Contini ovviamente ne avrà parlato spesso a Friburgo, anche a lezione. La poesia di Montale costituisce del resto la pietra di paragone alla quale Orelli non cesserà di rifarsi. Da giovanissimo, forse – e com’è naturale – in modo meno coperto (nella sua seconda plaquette, del 1952, intitolata Prima dell’anno nuovo, l’autore gioca con i grandi, senza impedirsi di sottolinearlo: il primissimo verso, per esempio, è «Meravigliosamente», proprio come il prodigioso incipit di Giacomo da Lentini, perciò in corsivo; la terza poesia inizia con «Di qua di là, su ponti» come in Inferno V; la quinta ha l’attacco su «Selva», parola dantesca quant’altre mai, e nel corpo del testo cita «giù dal collo de la ripa» di Inferno XXIII, sempre rilevando il prelievo mediante il corsivo): ne sono esempio, qui, parole come banderuola («la banderuola è l’anima», p. 28; in Montale, La casa dei doganieri, ne Le occasioni, «la banderuola / affumicata gira senza pietà») o falco («Era l’ombra del falco un ghirigoro», p. 38; in Montale, Spesso il male di vivere ho incontrato, negli Ossi di seppia, «e la nuvola, e il falco alto levato»), piuttosto esposte in tale direzione, anche se non ancora entrate definitivamente, è da credere, nella coscienza letteraria comune che tende ad associarle pressoché univocamente alla mitologia montaliana. Oppure, attacchi su «Ora», come a p. 15, «Ora che la tempesta t’ha travolto», dove riecheggia soprattutto il primo verso di A mia madre, «Ora che il coro delle coturnici», ultima di Finisterre, poesia non estranea all’ispirazione cimiteriale, «all’ombra delle croci» (v. 16), dell’eponima Né bianco né viola, dedicata proprio «A mia madre»:


Nulla più chiedo. Contemplare il cielo
che trasfigura la mia terra.
Lontano
dagli incantevoli luoghi di nausea
dove l’anima è fredda,
simile a un crisantemo
né bianco né viola.


[Si veda anche, in Ossi di seppia, «Ora sia il tuo passo / più cauto» (vv. 1-2)]. Il testo di Né bianco né viola, riproposto nel 1962, ne L’ora del tempo, è senza dedica, cioè privo del filo che riportava più direttamente a Montale. Ammicchi spiccati al Montale più vulgato sono anche le parentesi amplificatrici del senso: «Suona a festa / la banda sulla strada che s’allarga / sotto il solo, finito il funerale. // (Desisti. Ogni conato di svariare / oggi resta conato. Il tuo lavacro / è una diffusa volontà restia)» (p. 24); «D’un altro giorno, più vicino di ieri, / la tua stanchezza, o immemore, il deserto / presagio della tua felicità // (È sera, e ancora l’attimo distilla / le gocce sulla mola inesauribile / del ramingo arrotino)» (p. 25). Altri casi alle pp. 14, 19, 20, 26, 35. A p. 23, la parentetica supera addirittura, in estensione, gli altri versi, due soltanto: «Perché si ricomponga ogni silenzio / non stride più la giostra. // (Sul vecchio ballatoio, / la donna dai capelli di lichene / che sa della cornice più scherzosa / delle pannocchie?)». In Parla Zalèk… – Zalek è figura di marginale squisitamente parlante, che abita e nutre l’immaginario giovanile dell’autore, legata anch’essa a Prato Leventina; così anche Agostino ed Ampelio, a disegnare una compagine di “voci” fattesi “orelliane” dalla A alla Z – copre pure la più nutrita delle strofe, posta al centro: «(Come un moretto da salvadanaio / che la moneta ingolli / chinavi la tua testa di profeta. / Era il tuo grazie consueto. / Chiedevi senza chiedere)», sicché non pare senza significato che, nel riproporre questa poesia a distanza di anni ne L’ora del tempo, l’autore abbia voluto eliminare le tracce della ‘citazione formale’, sopprimendo le parentesi.

Un’altra singolarità “passeggera” della raccolta testimonia di un vissuto rielaborato come un ricordo, forse apparso rapidamente allo stesso autore come troppo effimero ed estemporaneo: da Puidoux-Chèxbres (p. 32) – toponimi che riportano ai bordi hodleriani del lago Lemano, ma dove «Puidoux-Chexbres» è anche la denominazione della stazione ferroviaria – traspare il riflesso del passato dell’autore, in transito da quelle parti all’epoca dei propri studi: «In un diffuso cerulo abbandono / dissolversi o cercare tra le forme / che concede il mattino vaneggiante / un sanguigno bagliore. // “II soldato zelante e malinconico”». Anche il già citato Clairette (p. 27) sovrappone i due ambiti linguistici, francofono e italofono, conservando la fisionomia “romanda” del nome, ma inserendo un discorso diretto in italiano: «È un signore», frase che campeggia al centro della poesia.


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Al di là del condizionamento dovuto alla pressione dei modelli più autorevoli, resta ovviamente anche la spinta a tratteggiare l’immagine in proprio, mediante le misure e i ritmi di una scrittura personale e personalizzata. I pochi testi riproposti (a distanza di vent’anni) in L’ora del tempo, già citati all’inizio, sono testimonianza e conferma, a parte subiecti, di una sicura coscienza della propria originalità. Nell’intento di valorizzare versi forse meno noti, ma notevoli, alleghiamo qui un’istantanea (p. 33), come ideale complemento di quei cinque (non fosse per quel «correnti», al penultimo verso, che fa macchia):


Cercatori di funghi

Li vidi ad uno ad uno nella striscia
di luce che le foglie di castagno
illuminava sul largo sentiero.

Ad uno ad uno venivano, curvi,
con l’involtino bianco in una mano.
Pareva s’inseguissero,
                                       leggeri
e taciturni, dimessi fantasmi
correnti incontro all’alba
della domenica.


Prima e dopo


Orelli tornerà alle stampe nel decennio successivo, segnando la prima tappa di quel ritmo lento a cui rimarrà sostanzialmente fedele (dieci anni all’incirca separano Poesie, 1953, da L’ora del tempo,1962; dopo di che, pur inframmezzati da anticipazioni, a scadenza ultradecennale: Sinopie, 1977, Spiracoli, 1989, Il collo dell’anitra, 2001), tra una stagione e l’altra della propria biografia artistica: Prima dell’anno nuovo (Leins&Vescovi, 1952) e Poesie (Edizioni della Meridiana, 1953) segnano effettivamente il passaggio a una fase nuova, di cui ci resta concisa e autorevole disamina nella motivazione della giuria al premio di poesia «Le Grazie» (1949) a cui aveva partecipato (non sappiamo però quali testi siano stati inoltrati, allora, per il concorso). Il portavoce d’eccezione è Carlo Emilio Gadda, che dedica ai testi di Orelli (in quanto inediti, è da credere già prossimi a quelli delle Poesie) parole calibrate e penetranti, dietro le quali sta forse l’occhio vigile del comune amico Contini: «I suoi versi recano testimonianza d’un’ideazione libera spontanea tranquillamente oggettivata del referto. Non violenza in lui, non il dramma. Certa ironia e certa salubrità lombarda e prealpina, un’ingenuità calma una serena e talora accorata semplicità: l’immagine si spicca le più volte dal placido fluire del tempo dai cenni delle cose le quali vengono a disporsi nel loro ordine proprio, in quello che è loro comunemente accreditato». Di questa nuova tappa, il rappresentante più famoso e durevole è certo il Frammento della martora, di cui – per comodità del lettore, da p. 21 – trascriviamo i versi celeberrimi (delle poesie di Orelli, questa è forse la più frequentemente citata e riprodotta), che una volta di più si aprono su una notazione cronologica attualizzante:


……………………
A quest’ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d’arancia.
Tra i lampi forse s’arrampica, sta
col muso aguzzo in giù sul pino e spia,
mentre riscoppia la fucileria.


E sempre per dare il passo a prodotti meno vulgati ma meritevoli di ottima memoria, piace citare – soprattutto per l’implicazione tematica col titolo della raccolta del 1962 – L’ora esatta, p. 49, dedicata a Vittorio Sereni:


In quest’alba che quasi non odora
di fieno e di letame
i padroni di tutto il Viale
della Stazione sono tre piccioni
partiti insieme da presso l’ardita
bottega ove si vende
l’orologio che segna
l’ora esatta per tutta la vita.


L’«ora del tempo», tematicamente unita (come nella fonte dantesca di Inferno I) alla «dolce stagione», si risolve vien da dire elveticamente in «ora esatta», prima di saldarsi, a punta, alla «vita». Da qui innanzi, l’avventura della parola sapiente di Giorgio Orelli dilaga, riconosciuta e ammirata, in Svizzera e in Italia. D’altra parte, Orelli è con Fabio Pusterla l’autore svizzero di lingua italiana che si è guadagnato il maggior numero di riconoscimenti prestigiosi quanto meritati, tra cui il Gran Premio Schiller e il Premio Chiara alla carriera.


Epilogo


Quando si è saputo – come si accennava all’inizio – di una nuova poesia sui ragni, fu chiaro che la traiettoria di lungo corso, tra 1944 e 2013, stava incurvandosi; si veda dapprima, da Né bianco né viola, 1944, p. 22:


Cantano i dissennati della notte.

La mosca sul tuo braccio,

presso la crepa il ragno

attendono che l’attimo si spezzi.


Come una profezia, tornavano le parole di Contini che, nel cogliere l’immagine del ragno-metafora, scriveva «Diciamo, dacché quest’oggi mi ossessiona il tema del ragno, che se la strappa dalle viscere, come il ragno fa dello stame». E poi – rabdomantico come sempre – «accumulando il sorite aracneo: la ragnatela è un sistema esatto quanto fragile, e non meno della prosa-prosa rischia di sfondarla con la sua massa questa prosa-in-versi, ritmata appena di cesure e enjambements, mezza quasi fra l’Elegia di Pico e i Poemi lirici (mnemosynon della bella Italia! Fra Bologna e la Ciociaria)». Sui Ragni del 2013 conviene ora chiudere e lasciar chiudere:


Ragni

Da quando? se da giorni
e giorni, mesi ormai,
mentre riposo li osservo
e scordo e non senza stupore
riscopro: ombre d’acheni,
più piccoli di mezza formichetta
smarrita nell’acquaio: sempre lì,
lontano quanto basta dalla lampada
che ha bruciato l’incauto calabrone,
diàfani a furia di guardarli, quasi
trascoloranti in rosa:
chi sa mai se lo sanno
d’essere l’uno a una spanna dall’altro
come due nèi su una schiena,
inquilini abusivi del soffitto,
strani compagni della mia vecchiaia

[…]